#Oltre n°35 | Non basta vincere

#Oltre n°35 | Non basta vincere

Non basta vincere

Quella contro il virus non è che l’ennesima battaglia in cui siamo impegnati. Perché di combattimenti, ognuno di noi, ne affronta tanti ogni giorno, siano piccoli o grandi. Certo questa pandemia è una sfida dura, e soprattutto invadente, asfissiante e capace di fiaccare il morale. Però dal momento della nascita la natura ci butta in battaglia. Volenti o nolenti le sfide da affrontare sono continue. Il nostro destino è questo, non possiamo dimenticarlo.

E possiamo dare un tocco di leggerezza pensando al fatto che a tutti tocca. Certo con qualcuno la sorte è madre e con altri matrigna. Ma difenderci ed attaccare è nel nostro dna. Il pensiero così oggi si aggira su questioni che al combattimento, alla sfida, sono legate: ovvero la vittoria e la sconfitta. Si può perdere con dignità o no, accettare il verdetto o recriminare (quando ciò è possibile) ma tant’è. E invece la vittoria sembrerebbe una faccenda senza discussioni, incontrovertibile. Ma così non è. Perché spesso non basta vincere. O meglio, non è sufficiente. Ed è cosa che possiamo sperimentare ogni giorno, nei fatti minuti come in quelli più grandi e seri. Si può vincere, si può avere ragione (e dunque trionfare in una disputa dialettica o altro) e non cogliere mai il frutto del successo. Così va il mondo. Per farla breve e per fornire un esempio storico, reale e tangibile, al ragionamento mi affido alla biografia di un soldato. Il suo nome era Josef Roth (proprio come il grande giornalista e scrittore mitteleuropeo) era nato a Trieste, quando la città apparteneva all’Austria-Ungheria. Nella prima guerra mondiale, col grado di feldmaresciallo, gli venne affidato un incarico gravoso e disperato: impedire ai russi che stavano dilagando verso il centro Europa di accerchiare alcune armate degli Imperi centrali. Lo fece in maniera brillante e coraggiosa e così fu promosso generale ed ebbe anche un titolo nobiliare, legato al luogo della battaglia. Poi venne mandato sul fronte italiano, nel 1915, e dovette difendere il Tirolo, in una situazione di inferiorità numerica rispetto al nostro esercito. Si comportò con abilità e fu nuovamente promosso. Ma il suo diretto superiore, l’arciduca Eugenio, decise di non affidargli altri comandi ritenendolo “troppo premuroso e indulgente nel trattare con i suoi soldati”. Era vero. Si disse che tendeva a evitare assalti e azioni inutili e rischiose, che tanto piacevano ad altri ambiziosi di promozioni e di medaglie, e a risparmiare i suoi sottoposti. Così anche il capo di stato maggiore austro-ungarico Conrad lo classificò “carattere dignitoso, cavalleresco, impavido e coraggioso ma più adatto ad assumere la posizione di ispettore in addestramento militare, poiché ha cuore e comprensione per i giovani”. Concluse la sua carriera di soldato e la guerra in accademia, mentre la sua patria, che aveva servito con dignità, spariva dalla carta geografica. Probabilmente la sua più grande soddisfazione fu che i suoi ex soldati continuarono a chiamarlo con l’appellativo coniato in trincea: non generale ma “papà Roth”. A ben pensarci una vittoria vera.

 

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Giochi in scatola

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#Oltre n°35 | Non basta vincere

#Oltre n°34 | l capolavoro dell’uomo invisibile

Si dice, e come spesso accade senza ben sapere quel che si dice, “non fare lo struzzo” quando qualcuno cerca di sfuggire alle proprie responsabilità o finge di non vedere situazioni scomode. Ma così facendo si diffama il volatile che è tutt’altro che inerme o vile. Anzi, così ci spiegano gli etologi, usa la tecnica di appiattirsi al suolo (e non di nascondere la testa sotto la sabbia…) per cercare di somigliare ad un cespuglio e quindi confondere possibili predatori in cerca di pranzo. Pronto poi a fuggire o a combattere, lui che non vola, a colpi di becco e zampate se è il caso. Dunque non stupidità ma sottile strategia. Il mio pensiero è finito qui mentre si alambicca sui modi che abbiamo e che stiamo sperimentando per far fronte alle angosce quotidiane di questi tempi complessi.

Così mi è tornato alla mente un trucco che da bambino utilizzavo in momenti per qualche verso complicati. Per esempio: improvvisa interrogazione scolastica su materia in cui non ero preparatissimo. L’insegnante scorreva il registro alla ricerca del nome da chiamare. E a quel punto scattava la magia dell’uomo invisibile. Pensavo intensamente alla mia sparizione dalla classe o quantomeno dal radar della maestra e difatti lei chiamava Attanasio piuttosto che Pittiglio. La cosa si ripeté un numero così elevato di volte da rendermi certo di aver scoperto la formula magica per scappare dalla realtà quando questa si faceva dura. Il capolavoro dell’uomo invisibile, ahimè, un giorno si infranse contro l’inevitabile legge dei numeri. Il dito dell’insegnante si posò proprio sulla mia casella e il sogno finì, con una fitta al cuore, il gelo nella schiena e una insufficienza. Però l’idea di appiattirsi, proprio come lo struzzo fa nella spoglia savana, di non attirare l’attenzione e di scivolare via dai momenti difficili non abbandonò del tutto la mia mente. Debbo essere sincero. Da qualche parte è rimasta. E oggi penso che possa essere una strategia anche di fronte a nemici subdoli come la pandemia. Certo, con gli anni ho imparato che cosa sia il senso del dovere e della responsabilità, come sia giusto che chiunque debba essere pronto a rispondere delle proprie azioni e decisioni (e non solo chi comanda, anche se per costoro è un obbligo). E che non ci si deve nascondere o sfuggire dopo aver commesso inadempienze o errori. Ma è anche vero che una piccola magia per sopravvivere all’angoscia e superare i momenti difficili è più che lecita, anzi doverosa.

Ecco: l’astuzia dell’uomo invisibile che scivola via dalla paura, che evita di farsi catturare dal predatore di turno e si tiene pronto alla battaglia per quando potrà combatterla ad armi pari o almeno con qualche possibilità di vincere, non è poi male. Rendersi inafferrabile, non esporsi sventatamente e anzi proteggersi, non lasciarsi paralizzare dal terrore irrazionale, seguendo l’istinto di sopravvivenza, è probabilmente stata la magia più grande, il vero capolavoro della nostra specie. E, fin qui, anche la nostra salvezza.

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