#Oltre n°29/2022 | Ogni momento della nostra vita ha il nome di una via

#Oltre n°29/2022 | Ogni momento della nostra vita ha il nome di una via

Anche se da piccoli cantavamo “in via dei Matti numero 0”, da grandi sottovalutiamo la toponomastica, cioè l’importanza delle vie. Mettiamo distrattamente l’indirizzo nel navigatore dell’auto o nella app dello smartphone, ma non pensiamo più al fatto che la letteratura come la nostra vita, soprattutto nelle città, sono definite dalle vie, dai corsi, dai viali, dalle piazze, come infiniti punti cardinali utilizzabili a mo’ di bussole nel nostro naufragrare più o meno dolce nel mare delle emozioni e delle esperienze. Dai Ragazzi della via Pal a quelli di via Panisperna, dal Pasticciaccio brutto di via Merulana al delitto di via Poma, c’era chi la sera andava in via Veneto, come il compianto Eugenio Scalfari, e c’era chi cantava Porta Romana, come il signor G., o “il primo amore di via Canonica”, come il maestro Jannacci. Un interessante gruppo – diciamo – indie ha deciso addirittura di chiamarsi Eugenio in Via di Gioia (#daascoltare). La nostra prima casa, il nostro primo bacio, quell’incidente che poteva essere ben peggiore, la scuola del figlio, la multa immeritata, il primo lavoro, dove abitata nonno, dove c’era il circolo, dove quella persona lì chiamava sempre quando eri in quella via lì. E poi le metafore che si sprecano nel cammino accidentato, mentre cerchi la tua via, con un compagno o una compagna di strada, fino al viale del tramonto, “per altre vie, con le mani le mie” (@ Bertoli) e alla fine “did it my way”, come canta Frank Sinatra.
Questo è un altro, sottovalutato, modo per definire i nostri ricordi, diciamolo, le nostre relazioni, le nostre emozioni, i passaggi decisivi del nostro curriculum vitae. È un modo per dare il nome di un altro alle cose nostre. Via Murat per me, per esempio, suona bene e segna un passaggio tra un dentro e un fuori (la città), Maiocchi l’infanzia, Bronzetti l’adolescenza, Libia la laurea, e poi Padova e dei Transiti o fin su a del Casaletto e oggi Tamagno. Se invece abiti in una via dal cognome strano, spesso devi ripeterla quando dai l’indirizzo e prima poi cercherai chi era costui o costei. Perché poi noi in Italia mica scegliamo i numeri come in altri importanti posti del mondo, ché se non sei la Quinta strada non sei nessuno. Qui ci accapigliamo per il nome di una via perché, anche se non lo diamo molto a vedere, sappiamo benissimo che quel nome scritto sul marmo o sulla plastica biancazzurra non è soltanto un modo per non perdersi alla guida.
Con un pizzico di nostalgia mi sovviene che una via è un concetto collettivo, ci passiamo in tanti e quando chiedevi “mi dai il tuo indirizzo?”, a parte che non s’intendeva la mail, si apriva un mondo fatto non solo da lei o da lui; ora invece è tutto più individuale, unico, puntuale, rapido. Basta un attimo, davvero, che ci vuole, “ti mando la mia posizione”.

#Oltre n°29/2022 | Ogni momento della nostra vita ha il nome di una via

#Oltre n°28/2022 | Forse è meglio essere curiosi più che snob di fronte a TikTok

Dici TikTok e si pensa “stupidaggini”. E per carità, certo, nel social network di successo dei giovanissimi c’è molto di superfluo, banale, proprio stupidino. Però vale la pena interrogarsi sul perché adolescenti e in giù, ma non solo, passano ore chini su smartphone costantemente fissi su quella app, come un tempo noi davanti alla tv o attaccati alla radio. TikTok è un social network che mostra un flusso di brevi video spesso con colonne sonore, karaoke improvvisati e balletti ripetuti. Su TikTok nascono i più insopportabili tormentoni musicali e linguistici che i giovanissimi ci ripetono con il sorrisetto ironico di chi sa che noi non stiamo capendo nulla. Su TikTok nascono, si diffondono fenomeni urticanti come la parlata in corsivo, un modo cantilenante e da arresto in flagranza di pronunciare le parole, irritante soprattutto sul finire delle frasi. Su TikTok ci sono giovanissimi influencer che iniziano a guadagnare piccole fortune mettendosi alla prova come nuovi comici o comiche, attori o attrici, autori o autrici di satira. Su TikTok ovviamente ci sono molti corpi seminudi e ammiccamenti erotico-sentimentali. Su TikTok il torpiloquio avanza, tra notizie commentate da tinelli, autovetture e spiagge, sempre con una punta di ostentata arroganza liquidatoria nei confronti di tutti gli altri e con una buona dose di qualunquismo non proprio raffinatissimo. Ma detto tutto ciò, TikTok è anche una sorta di Blob, la trasmissione storica di Rai3 che unisce in flusso continuo del meglio e del peggio della tv spezzoni di vita vista nel piccolo schermo. Ma è un Blob sempre in onda, autoprodotto, democratico e dunque molto caciarone. Il successo del cialtronismo tiktoktaro sarà però, ancora una volta, segnato soprattutto dall’eventuale resa di tutti gli altri, di tutti coloro che su questo social network potrebbero invece portare contenuti migliori o esperimenti particolari. Come la BoboTv, la scanzonata trasmissione sul calcio in cui Bobo Vieri, Lele Adani, Antonio Cassano e Nicola Ventola raccontano e commentano senza filtri lo sport più amato in Italia. Poi su TikTok i nostri giovanissimi iniziano a informarsi, anche di politica, anche di economia, anche sulla guerra russa in Ucraina, ed è bene che chi fa il nostro mestiere lo sappia e si muova. Ci sono rassegne stampa di giornalisti affermati, riflessioni sul Papa, lezioni di greco antico. Su TikTok, per esempio, il sindaco di Gallarate, Andrea Cassani, spiega con il sorriso e buoni modi il funzionamento di un’amministrazione locale ai ragazzi che prima o poi diventeranno cittadini elettori. Ed è bene sia così. Si possono denigrare i luoghi dove vanno, vivono e comunicano i giovanissimi, ma così li perdi, perdi il contatto con loro. O si può accettare la sfida, riempirla di contenuti e iniziare un dialogo che poi continuerà con loro quando saranno lettori, consumatori, elettori. Meglio essere curiosi innovatori e comunicatori dialoganti, che snob.

#Oltre n°29/2022 | Ogni momento della nostra vita ha il nome di una via

#Oltre n°27/2022 | La solitudine di Rafa Nadal è una simpatica sorpresa

Rafa Nadal è la prova che si può sempre cambiare idea e gusto. E dunque a volte si deve. Io lo odiavo, non lo capivo, mi irritava. Non mi piaceva perché continuavo a paragonarlo e dunque a svalutarlo nel confronto con re Roger, ovviamente Federer, o con sir Andy, naturalmente Murray. Poi, figurati, sono arrivati i baronetti italiani, Jannick “tira e molla” Sinner, Matteo “bombastico” Berrettini, Lorenzo “spensierato” Musetti e Lorenzo “cuore toro” Sonego: non c’era spazio per una simpatia spagnola, per un terraiolo da amare. Non è che non sopportassi le sue manie, il suo meticoloso modo di mettere e rimettere a posto le bottigliette d’acqua nei cambi di campo, la sua seguela sempre identica di gesti prima di battere, la sua fascia per i capelli, i colori sgargianti dei suoi completi, è che mi dava l’idea più di un robot che di una persona. Beh, sbagliavo, e anche di grosso. Perché, dai, uno che impara a giocare con la mano non sua naturale e diventa un super top non è già un grande? Sì, ma questo rafforzava sempre l’immagine del robot. Poi è arrivato il momento Jimbo Connors, il momento in cui da antipatico è diventato il più simpatico, il più umano, il più vicino a tutti. E quel momento è ora, ora che gioca con i dolori ovunque, soprattutto ai piedi, ora che l’età non è più freschissima e che i capelli sono sempre un po’ meno, ora che a Winbledon, su quell’erba che certamente non è il suo elemento, riesce a finire e a finere vincendo una partita che perfino per il suo tenace padre doveva abbandonare per eccesso di dolori, quei dolori che lo facevano servire a mezzo servizio, che lo facevano giocare con male, male e poi male. Rafa Nadal oggi mi fa sorridere sempre e oggi ho anche notato che ha sorriso sempre tanto. Rafa Nadal oggi insegna che lo sport è, come si dice e ci si dimentica spesso, una gara con se stessi. Sogniamo di non aver problemi, di avere comodità, di farcela facilmente, ma poi ci ritroviamo a tifare a squarciagola per chi del superamento dell’ostacolo fa la sua arte quotidiana, dell’impegno a non mollare la sua caratteristica più duratura e della voglia di non uscire dal campo la sua forza più simpatica. Il tennis è la prosecuzione della solitudine con altri mezzi e la solitudine è una livella che cancella tutto tranne la propria forza e i propri problemi. Nella solitudine, tra un colpo e l’altro, tra un tic e l’altro, Rafa Nadal ha messo in campo con l’umiltà di un amatore la professionalità del suo talento, senza proclami, senza sbruffonate, con assoluta modestia, pur essendo uno dei più grandi di tutti i tempi e sulla terra, quella rossa, probabilmente il più grande. Ora anche simpatico.

#Oltre n°29/2022 | Ogni momento della nostra vita ha il nome di una via

#Oltre n°26/2022 | “Surfare” sulle onde digitali per portare buone idee

Vista con lenti pessimiste (e dunque anche sempre un po’ realiste), questa è la società dell’immagine, dei like sui social, del tutto rapido o del tutto ripetitivo e monotematico e del tutto subito, perché il web va a fiammate e a ondate. Quasi tutti noi come pecoroni a commentare sui social a proposito del tema del momento, perché come disse Umberto Eco: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». E così il discorso pubblico si spezzetta in milioni di opinioni e spunti di informazioni dove una di queste vale una di quelle e tanto basta a sentirsi appagati, informati, magari anche sfogati. Semmai tutto si conta e niente si pesa. Tanto meno le parole.
Il pessimismo ha sempre qualche ragione di fondo, però si può tentare di guardare il tutto anche con lenti (più) ottimiste. E vista con lenti più ottimiste, questa è la società del contenuto, dell’idea. Head content… content manager… sono professioni molto ricercate, vuol dire più o meno che tutte le aziende, anche quelle non editoriali, si devono dotare di un professionista dei contenuti (bello che “contenuto” suoni un po’ come “contento”, nella sua versione inglese). Perché senza contenuti non duri nel mondo interconnesso: quando si dice “società dell’immagine”, bisogna anche riflettere sul fatto che un’immagine senza contenuto prima o poi svanisce. Se hai una buona idea nuova, puoi farlo sapere a tutto il mondo con un click. Insomma, non è cosa da poco, anche se certo, poi, meglio ancora se hai gli strumenti digitali giusti, se conosci i trucchi della rete, sei impari a “surfare” sulle onde digitali. E qui viene l’obiezione da fare a chi dice “non vado sui social, c’è solo casino”. Ecco no, se lasci il campo alle cattive idee e alle cattive identità, allora per forza ci sarà soltanto casino. Bisogna andarci sui social, per portarci le nostre identità, le buone idee, e bisogna puntare su un binomio forte tra immagine e contenuti, tra soggetto e sostanza. Gli esempi di “buoni” che battono i “cattivi” in rete ce ne sono a bizzeffe. Si può essere ottimisti, anche se sempre attenti a considerare i problemi delle false identità, delle cattive idee e delle fake news. Se però è la società del contenuto ma anche dell’immagine rapida e pulviscolare, serve comunque qualcuno, anzi tanti che sappiano unire i puntini di questi discorsi sincopati, spezzettati. Perché emerga il segnale tra tanto rumore (Nate Silver dixit), bisogna avere tanti filosofi, storici, analisti delle idee e delle parole e dei dati, insomma ci vuole la cultura, verrebbe da dire “la cultura umanista”, ma forse anche su queste definizioni dovremmo tutti un po’ aggiornarci.

#Oltre n°29/2022 | Ogni momento della nostra vita ha il nome di una via

#Oltre n°25/2022 | Le due cene e i due problemi del discorso pubblico

Se la durata è la forma di tutte le cose, come diceva Marco Pannella, leader radicale, abbiamo un problema serio di consistenza del e nel discorso pubblico. Anzi, più esattamente ne abbiamo due di problemi, ovvero due fenomeni opposti ma contemporanei, che come due poli si attraggono fino a toccarsi e a chiudere ogni spiraglio per possibili evoluzioni del e nel discorso collettivo.

I due fenomeni possono essere rappresentati da una, anzi due immagini, metafore, esempi. Immaginate una cena, con una decina di commensali, magari al fresco sotto un pergolato, con coppie di ogni età, ma tutte adulte, si conversa all’apparenza amabilmente e tra un bicchiere di rosso e una portata tutti parlano a ruota libera, senza ascoltare le risposte degli altri invitati, ma soprattutto cambiando argomento, senza alcun collegamento logico al precedente, ogni cinque, massimo sei minuti. Si va dal Mes alle relazioni di coppia, dal “sai quando mi hanno fissato la visita?” al “hai visto quanto costa la frutta?”, dai migranti all’aborto, dalla politica al calcio, dai giovani agli anziani, tutto velocissimo, senza dimenticare il caldo record e le compiante mezze stagioni, ogni cinque minuti si cambia argomento, dunque hai giusto il tempo di una frase, massimo due, certamente a slogan e poco ragionata. E questo è il primo esempio, il primo polo: ogni argomento è buttato fuori uno via l’altro come le palline da tennis da una macchina sparapalle per allenamenti e non importa se qualcuno di là dalla rete risponde e/o dove va la pallina. Il secondo esempio è sempre una cena, una cena che però si ripete tutte le sere, sempre sotto lo stesso pergolato, sempre più o meno gli stessi invitati, e tutte le sere si parla di uno e un solo argomento, facendo sempre le stesse domande, quasi non badando alle stesse risposte e replicando il tutto anche la sera successiva: stesso argomento, stesse domande, stesse risposte, stesso copione, nessuna evoluzione.

Ecco, sarà colpa della tv, dei social, della stampa, della nostra scarsa propensione alla costruzione di un discorso che si evolva, magari partendo da un dubbio, più che di una certezza, sarà, sarà, sarà, ma quel che sta avvenendo è che nel discorso pubblico tutto sembra o la stantia ripetizione dell’identico o la polverizzazione di ogni tema in tanti hashtag, slogan che durano lo spazio di una battuta. Questa schizofrenia del discorso pubblico, con tanto di intellettuali anche raffinati ed esperti di vaglia costretti al ruolo di comparse a seconda della bisogna, può anche essere alla base delle vertiginose oscillazioni elettorali in su e in giù di forze politiche troppo attente alla tendenza del momento e poco propense – loro come noi, ma in fondo è la politica che rappresenta gli elettori, dunque noi elettori non ci possiamo certo chiamare fuori – poco propense, dicevamo, a fare la fatica di costruire discorsi e conversazioni che abbiano una bella durata, una buona partenza, una vera evoluzione.

#Oltre n°29/2022 | Ogni momento della nostra vita ha il nome di una via

#Oltre n°24/2022 | Storie di amici, di libertà e di servizio pubblico

L’idea di servizio pubblico è perfettamente rappresentata e concretamente realizzata in una doppia produzione Rai che mi è capito di osservare di recente e che consiglio di recuperare. La prima s’intitola Io ero il milanese ed è un podcast che fatichi a non ascoltare tutto d’un fiato (su RaiPlay Sound), sebbene sia lungo assai, perché è un dettagliato e imprevedibile racconto, fatto essenzialmente da una chilometrica intervista. L’autore è Mauro Pescio, il protagonista è Lorenzo S., l’ambientazione è il combinato disposto tra carcere (Lorenzo ci entra per la prima volta a dieci anni) e banche da rapinare, con contorno di più o meno bella vita da bandito, così si definisce il protagonista: “bandito”.

La seconda creazione Rai che ben attua l’idea di servizio pubblico è una serie tv in due stagioni, Mare fuori (si ritrova su Netflix, è andata in onda su Rai 2), che mette in scena la vita, le amicizie, gli amori, gli errori, le logiche insane e quelle in via di guarigione di un istituto penitenziario minorile di Napoli, sotto il Vesuvio e di fronte al mare e negli sguardi di ragazze e ragazzi. C’è una brava Carolina Crescentini, a impersonare la dura direttrice del luogo di detenzione, c’è un bravo Carmine Recano, nei panni del saggio e sensibile comandante della polizia penitenziaria. Le due storie incarnano il servizio pubblico nei corpi privati di libertà dei loro protagonisti e nelle voci dei loro racconti arrocate dal freddo degli sbagli e dei crimini e dei sensi di colpa. E lo fanno per alcune semplici ragioni. Intanto mostrano luoghi che amiano nascondere anche alle nostre riflessioni. Il carcere, per lo Stato come per l’individuo, è sempre e solo un problema, un incubo, un non luogo a occuparsene. E invece queste due creazioni molto diverse tra loro – il podcast soltanto di voce e soltanto di racconto cronachistico, molto poco sceneggiato; la serie tv tutta immagini, volti, colori, emozioni, e ovviamente molto ben sceneggiata – ti sbattono in faccia, con garbo e stimolo al pensarci, l’idea della privazione di libertà come bene o male necessario per avviare – si spera sempre – percorsi di nuova vita.

E questo è il secondo grande tema per cui siamo di fronte, finalmente, a servizio pubblico. La pena infatti a questo serve o dovrebbe servire: ad avviare percorsi di nuova vita, attraverso assunzioni di responsabilità, atti di giustizia riparativa e scoperte di ragioni per cui valga la pena vivere senza rischiare pene inflitte da tribunali o da colleghi criminali. Le sfumature dell’errore e del male e della colpa sono infinite e nei due racconti lo si dimostra, ma la forza del bene sta nella constatazione che si può essere liberi di rinascere anche quando non si è liberi di uscire da un edificio, all’apparenza per sempre imprigionati in un destino sbagliato o sfortunato o imposto. All’apparenza, però.