#Oltre n°15/2024 | Manifestare la propria libertà per rispettare quella degli altri

#Oltre n°15/2024 | Manifestare la propria libertà per rispettare quella degli altri

Manifestare la propria libertà per rispettare quella degli altri

Vogliamo essere chi non siamo. Ci piace camuffarci per sembrare diversi, unici nella nostra individualità ma pronti a trasformarci nel nostro aspetto fisico.
Il discorso è ampio dentro una società che viaggia a mille all’ora: oggi mi sento un irreprensibile signore in doppiopetto, domani preferisco lo stile casual e dopo domani scelgo un look ancora più stravagante. Tutto è possibile, tutto è permesso. Ma non è un vizio di questo scampolo di millennio caratterizzato dalle versatilità di un camaleonte. È sempre stato così. Non si spiegano altrimenti le parrucche che hanno caratterizzato i momenti spensierati della Belle Époque o i look sempre più ricercati dei cortigiani che stavano alla reggia di Versailles. Oggi ridiamo quando vediamo quei signori imbellettati con tanto di neo finto sulla guancia. Eppure, a quel tempo, a certi livelli, era tutto normale. Anzi, era un segno di distinzione. Il popolo straccione faceva la fame vestito con quattro pezze, i signori si infiocchettavano nei ricevimenti di gala o nelle partita a carte con gli altri nobili.

Ora l’epoca è cambiata, ma non la voglia di trasformare il proprio look in base ai propri desideri. La moda della parrucca è svanita ma ci sono altri sistemi per far corrispondere l’aspetto fisico a ciò che più ci piace. Gli esempi sono infiniti, l’importante è non esagerare. Ma chi ha il diritto di porre un limite? Vi ricordate, anni fa, quando andavano di moda i punk, che si mettevano uno spillone nella guancia? Ai più tutto ciò faceva senso, se non addirittura dava fastidio, ma per qualcuno era l’unico modo di sentirsi in pace con se stesso.

Si potrebbero scrivere intere enciclopedie per spiegare come l’uomo e la donna lavorino sul proprio look per arrivare all’accettazione di se stessi. È un sottile gioco psicologico e sociale che sta alla base di ogni scelta, un tentativo di far corrispondere il guscio (il proprio corpo) a ciò che c’è dentro (gli antichi parlavano di anima). Se tante sono le forme di espressione di ognuno di noi, difficile trovare una spiegazione univoca. In fondo resta la necessità di essere liberi dai condizionamenti. Dunque, se il nostro look (con parrucca o senza) ci permette di essere noi stessi ben venga. Se, invece, è solo un tentativo di copiare modelli alla moda, allora diventa una distorsione, quasi una malattia.
«Ogni scarrafone è bell ‘a mamma soja», insomma, recita un antico proverbio napoletano. Non solo e non per forza. L’importante è che, nel look come nei gesti, nei modi, nel carattere, piacciamo a noi stessi. Rispettare la propria libertà è il primo passo per comprendere quella degli altri. E per tutelarla. Sempre e ovunque.

#Oltre n°15/2024 | Manifestare la propria libertà per rispettare quella degli altri

#Oltre n°13/2024 | Sbagliare per conoscere. Ce lo insegna Ulisse

Sbagliare per conoscere. Ce lo insegna Ulisse

La frase che pronunciò Ulisse nella Divina Commedia di Dante ci rimbomba nella testa da quando, volenterosi (non sempre) studenti del liceo abbiamo affrontato quel canto dell’Inferno in cui l’eroe omerico disse: «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza». E così abbiamo fatto, cercando di arricchire il nostro bagaglio di informazioni sul mondo, per rispondere in modo sempre più serio e adeguato alle domande che si presentavano sul nostro cammino.

Ci siamo illusi di sapere (forse) e abbiamo fatto le nostre scelte alimentando il livello della consapevolezza, sicuri che questa fosse cosa buona, come da consiglio di Ulisse (e dei nostri professori). Mano a mano che siamo cresciuti ci siamo però resi conto che tale processo non era garanzia di successo. Anzi, ci siamo accorti che più sapevamo e più sbagliavamo, proprio perché il meccanismo di decodificazione della realtà non risponde a criteri meccanicistici e quantitativi (più conosco, meno sbaglio) ma dentro questo meccanismo entrano talmente tante variabili che un cervello umano non è in grado di gestirle tutte (e lasciamo perdere quel diavolo dell’intelligenza artificiale). Dunque, ci è venuta voglia di buttare i libri in un cestino. E, riadattando la questione ai tempi moderni, abbiamo pure pensato che tutta quella valanga di conoscenze che ci mette a portata di mano il web servivano più a confonderci le idee che a chiarirle. Perciò, non aveva ragione Ulisse. Lui ci diceva, più o meno, che avremmo rispettato la nostra origine seguendo «virtute e canoscenza». In verità, più studiavamo, più approfondivamo e più ci sentivano in mezzo alla selva oscura, incapaci di ritrovare il bandolo della matassa, confusi dentro il diluvio delle notizie.

È un po’ quello che ci capita anche adesso quando consultiamo i siti. Ci sembra di finire dentro un labirinto su un terreno viscido e sdrucciolevole: pieni zeppi di input ma non sempre capaci di decodificare a dovere la realtà. È questa la condizione dell’uomo contemporaneo. Lo sappiamo ma non ci arrendiamo. Non finiamo dentro il precipizio del nichilismo e del relativismo, non ci lasciamo sedurre dal flusso costante delle diverse posizioni ma proviamo a recuperare l’unica ancora di salvezza dentro il mare magnum di un mondo diventato sempre più complesso. Per stare a galla ci aggrappiamo alla semplicità. Questa è la parola chiave per capire il mondo attraverso risposte chiare e certe. E come le sappiamo? Beh, dobbiamo seguire «virtute e canoscenza». Ma. come, non avevamo detto che Ulisse aveva torto? Può darsi, però questa è la nostra «semenza»: imparare, conoscere, capire, sbagliare, contraddirci e cadere. Siamo uomini (e donne) normali. Per diventare dei ci stiamo attrezzando. La tecnologia ci tenta, ma ci vuole un po’ di pazienza, non è ancora il momento.

#Oltre n°15/2024 | Manifestare la propria libertà per rispettare quella degli altri

#Oltre n°12/2024 | Erbe selvatiche contro i guai dell’industria alimentare

Erbe selvatiche contro i guai dell’industria alimentare

 

“La cuoca selvatica” di Eleonora Matarrese è l’ennesimo tentativo da parte della nostra società tecnologica e massificata di tornare alla natura. Un libro che regala gustose ricette e che rimette in pace con l’ambiente spesso devastato dall’opera dell’uomo. Quanto ci sia di autentico e quanto pesi il marketing su un argomento così di moda, questo non si può dire. Di certo l’operazione è portata avanti con sincerità e convinzione perché bisogna essere animati dal sacro fuoco della passione per andare a cercarsi gli ingredienti di ricette antiche e moderne in mezzo ai campi, invece di rivolgersi al supermercato più vicino.
Il tema di base, comunque. è il recupero di gusti e di tradizioni del nostro passato, la maggior parte delle quali sono molto più salutari di quelle attuali.

Partendo da questo presupposto si entra dentro un terreno interessante ma super minato. Ne è dimostrazione la proiezione nei giorni scorsi, pure al Miv di Varese, del documentario Food for Profit che spiega come gli allevamenti intensivi devastino la nostra alimentazione e il nostro equilibrio con l’ambiente, creando i presupposti per nuove pandemie e per lo svilupparsi di malattie. Un’industria, tra l’altro, che riceve copiosi finanziamenti dalla Comunità europea, quindi dalle nostre tasche. Rispetto a questo modello di consumo, dunque, si contrappone quello più naturale e circoscritto. Ne sono testimonianza anche comunità che stanno nascendo in provincia di Varese. Fanno della produzione autoctona un motivo di vanto ma soprattutto un esempio per cambiare abitudini sbagliate che ci portano alla progressiva distruzione del pianeta.

Ripartire da fiori e erbe spontanee è un buon inizio per cambiare mentalità e per capire quanto di buona esista già in natura. Non è facile, però, adattarsi a questi gusti perché il punto di forza dell’industria alimentare attuale sta proprio nell’intercettare le nostre debolezze e farle diventare un buon motivo economico. Il gioco è sempre lo stesso: meno fatica, più piacere, perché dovrei cambiare? Infatti, non tutti quando si mettono a tavola vogliono cambiare il mondo. Per un consumo responsabile devono però sapere che ogni atto compiuto contro la natura finisce per diventare un boomerang, le cui conseguenze ancora non si conoscono. Per non sbagliare, dunque, meglio affidarsi alle ricette della cuoca selvatica. Non sempre incontreranno i nostri gusti ma, pian piano, ne capiremo il valore e il significato. Ritroveremo le nostre origini, più che con la farina di grilli, altra idea alimentare che va molto di moda. Ma sulla quale è legittimo nutrire qualche perplessità.

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#Oltre n°11/2024 | Ho un cane affettuoso che si chiama Diego

Ho un cane affettuoso che si chiama Diego

I cagnolini per fare yoga? Bella idea, se non altro perché ormai sono più umani i quadrupedi delle persone. Frase forte che presuppone il mio rapporto quotidiano con Diego, il mio cane, un meticcio dal manto scuro, nato da un incrocio probabile tra pointer, setter e chi più ne ha più ne metta. Preso al canile quando era piccolo, tremava alla sola visione di un uomo. Per forza, era stato picchiato a sangue quando era appena nato, tanto che è stato sottoposto a pochi mesi a un’operazione di ernia. Il guaio fisico è stato sistemato ma la paura gli è rimasta. Anche oggi – che ha dieci anni – quando vede un uomo alto e con la barba abbaia come un ossesso e non si fa toccare per nulla al mondo. Gli è rimasto il trauma e dà poca confidenza a tutti. Con me è un tesoro. Difficile spiegare il rapporto che si crea tra il cane e il suo padrone (usare questa parola mi dà fastidio, perché sarebbe meglio parlare di amico). Non può essere solo una questione di cibo (che gli do tutti i giorni) ma, quando sono in casa, è difficile togliermelo di torno. Dove mi siedo, lui si accomoda vicino. Se metto le scarpe lui si prepara a uscire, salvo rimanere deluso nel novanta per cento dei casi. Ma Diego non s’arrabbia, non fa ripicche, non si offende. Alla sera ti aspetta, felice di rivederti.

Lascio perdere su come si comportano gli altri componenti della famiglia. Penso che il mio caso non sia isolato. Il maschio adulto in Italia ormai è trattato alla stregua di un paria (non è vittimismo), gli vengono sistematicamente tolti spazi e tempi propri in una progressiva e costante perdita di ruolo. Solo il cane ti riconosce come persona da volere bene in maniera disinteressata. Va oltre i tuoi pregi e i tuoi difetti.

Visione romantica di un opportunista? A volte lo penso e i miei figli (forse gelosi) me lo fanno notare: il cane è così perché dipende da chi gli dà da mangiare e lo porta al parco. Ma c’è qualcosa di più. Oppure, più semplicemente, mi illudo che sia così. E non potevo chiamarlo se non Diego, ovvero il nome del più grande calciatore al mondo, colui che ha saputo emozionare e fare innamorare milioni di persone. Glielo dovevo anche perché per i nomi dei figli ho dovuto scendere a patti con mia moglie e, avendone già scelto uno (quello di mio padre), non potevo impormi anche sul secondo. Così ho gratificato Diego e ora scopro che della mia stessa passione (non per Maradona ma per il proprio cane) soffrono in molti, tanto da dedicarsi allo yoga con il loro puppy. Tutto ciò rilassa e fa star meglio, forse perché gli umani tanto umani non lo sono più. E sono peggio degli animali. Altra frase forte ma mi perdonerete. Lo dico a fin di bene, perché amo gli animali e la loro istintiva capacità di vivere senza quella che Giacomo Leopardi chiamava “La noia”, riattualizzata da Angelina a Sanremo. Ma il senso è lo stesso. Viva i cani, allora.

#Oltre n°15/2024 | Manifestare la propria libertà per rispettare quella degli altri

#Oltre n°10/2024 | Mettersi in armonia con la natura e il creato

Mettersi in armonia con la natura e il creato

L’unico modo per tenersi al riparo dalle mode è di anticiparle. Così avranno pensato i fondatori del giardino botanico di Padova o di Pisa (i più antichi d’Italia) quando hanno lanciato questa idea, poi diffusa in tutta Italia. Sono passati circa cinquecento anni ma quello che poteva sembrare solo un gusto passeggero si è rafforzato ed è diventato un modo di vivere le città, visto che queste splendide oasi naturali si trovano spesso al centro di nuclei urbani densamente abitati.

Una moda che resiste, anzi è sempre più in voga, se si considera che, in questi tempi di inquinamento planetario, è diventato un obbligo professare il culto del green. Se ne parla tanto e spesso a sproposito, ma non sembrano esserci dubbi sul motivo del successo di queste iniziative. Alla base sta la necessità che abita nel cuore degli uomini e delle donne di stare in pace con se stessi dentro la natura. Una natura che non è matrigna, come ce la raccontava Giacomo Leopardi, ma accogliente perché disegnata secondo il volere di chi ha progettato i giardini o gli orti botanici. E qui sta il punto: amiamo il verde ma lo vogliamo disciplinare ai nostri voleri.

Avete presente il bosco verticale di Milano? Bello e impossibile. Nel senso che devi accendere un mutuo cinquantennale se ti vuoi comprare una casa in quel palazzo di modernissima concezione. Ma, lasciando perdere il fattore economico, resta il tema di base del rapporto dell’uomo con la natura. Sin dall’antichità è sempre stato un binomio di difficile armonizzazione perché, volente o nolente, l’istinto di sopraffazione dei bipedi con il cervello ha sempre avuto la meglio sul regno vegetale creando non pochi guai al benessere del pianeta.

Ma ora non è il caso di buttare la croce addosso ai giardini botanici, anzi è venuto il momento di riconciliarsi una buona volta con la natura, seguendo i principi del rispetto e del reciproco benessere. Lo stesso che si respira entrando dentro questi paradisi che mixano alla perfezione bellezza e armonia. In questo modo riescono a veicolare un messaggio che vale anche ai nostri giorni, al di là delle mode del momento e andando oltre il semplice sfruttamento. I giardini botanici ci dicono che uomo e natura possono convivere senza farsi del male, sprigionando quella forza interiore che sta racchiusa dentro il creato. Basta lasciarla fluire in libertà per sentirsi bene e per vivere in pienezza con quello che ci sta attorno.
È questo il segreto dei giardini botanici. Per sperimentarlo basta poco: il consiglio è di prendersi un po’ del proprio tempo (sottraendolo ai tanti impegni inutili che spesso caratterizzano la nostra vita) e visitarli. Ne vale senz’altro la pena.

#Oltre n°15/2024 | Manifestare la propria libertà per rispettare quella degli altri

#Oltre n°8/2024 | Tra i cappelli del Royal Ascot la verità sta nell’apparenza

Tra i cappelli del Royal Ascot la verità sta nell’apparenza

Se c’è un posto dove il cappello è di casa, quello è il Royal Ascot di Londra. Per chi non è appassionato di cavalli queste due parole – Royal e Ascot – dicono poco. Oppure stanno a rappresentare una semplice festa glamour alla quale prende parte l’aristocrazia britannica invitata dalla famiglia reale. Per chi riconosce nel mondo delle corse l’emblema della sfida, della vita e dell’eterno dilemma tra soldi e merito, questo è il paradiso. Anzi, molto più del paradiso. È il luogo dove, probabilmente, sognano di finire i musulmani quando moriranno dopo una vita di fedeltà ad Allah. Infatti, ci sono tanti islamici al Royal Ascot, perché i proprietari (e alcuni allenatori) sono gli sceicchi che investono fiumi di soldi nella grande passione della loro vita, tanto da chiamare Godolphin la scuderia più importante, che è il nome di uno dei purosangue da cui discendono tutti i cavalli da corsa del mondo.

Ma dovevamo parlare di cappelli. Ci siamo persi via perché quando pensi al Royal Ascot, al profumo del Pims, al mitico salto da cavallo di Frankie (che purtroppo non lo potrà più fare), agli allibratori con i look più strani, al programma in stile retrò e a tanto altro ancora, vieni rapito da quest’atmosfera unica e irripetibile. Ed è qui che le più belle donne d’Europa, se non del mondo (ce lo consentite?) arrivano per bere Champagne e mostrare i cappelli più stravaganti. Lo scopo è di attirare l’attenzione, di lanciare messaggi o, più semplicemente, di mettersi in testa quello che più ci piace. È un modo per dire: «Io ci sono». E le donne, in questo, sono maestre. Gli uomini, come sempre, nella moda più che mai, sono omologati. Si mettono un cappello a cilindro e via andare. C’è quello nero, quello grigio scuro ma sono pochi gli azzardi. Qualche brillantino, a volte, ma davvero fuori luogo. Le donne, invece, sfoggiano di tutto. L’anno scorso si potevano vedere i vasi di fiori sulla testa, le costruzioni geometriche, le bandiere dell’Inghilterra oppure piume di struzzo e persino un pappagallo imbalsamato. Chi più ne ha più ne metta. Non ci sono confini al buono o al cattivo gusto. Tutto è lecito in quanto a copricapi. Per il resto, invece, vigono pressanti dress code che consigliano alla donna di non indossare pantaloni (sportivi) e all’uomo di mettersi, come minimo, in completo.

L’apparenza, dunque, è sostanza al Royal Ascot. Per questo il meeting che si disputa dal 1711 non passa mai di moda. È l’emblema di ciò che siamo, ovvero eterne contraddizioni viventi. Meglio non si potrebbe dire di noi, se non indossando un bel cappello, dietro cui nascondere la nostra vera natura, ben consci che al traguardo ci attendono merito e soldi. Non per tutti, però. Solo per chi vince al Royal Ascot.