#Oltre n°37 | Eroi idoli e leggende

#Oltre n°37 | Eroi idoli e leggende

Ci eravamo convinti, ad un certo punto, che gli eroi fossero una cosa superata, che gli idoli fossero solo questione di ragazzine innamorate del cantante o di supertifosi che si perdono dietro i palleggi di un funambolo. Per non parlare delle leggende, guardate con sospetto quasi fossero una specie di oppio per le masse, un inquinamento della storia con la s maiuscola, insomma una faccenda diseducativa. E comunque tutto era relegato negli ambiti dello sport o dello spettacolo e parlare di eroismo fuori da quegli steccati suonava come un sinistro sconfinamento in territori politicamente scorretti o addirittura reazionari. Ci siamo invece accorti che volenti o nolenti, tutti e comunque la si pensi, abbiamo nella testa un nostro personalissimo Pantheon. Ovvero un tempio laico per tutti gli dei, semidei, eroi che in qualche modo ci fanno battere il cuore. Non è stata solo la pandemia a farci riscoprire un eroismo non effimero e molto, molto concreto, pratico ed indispensabile. L’esempio positivo di chi si batte non solo per se stesso, sacrificandosi per gli altri o per una questione ideale, è oltretutto contagioso, specie tra i giovani, e la cosa non è da poco. Abbiamo la necessità di stimare qualcuno, per quanti sforzi facciamo per negarlo, e soprattutto di credere che da qualche parte, al momento del bisogno, spunterà un qualche semidio capace di ribaltare la situazione. E lo crediamo da sempre, fin da quando, bambini, ci aspettiamo che irrompano sulla scena i buoni, al famoso grido “arrivano i nostri” con i cavalieri lanciati al galoppo che salvano la bella principessa prigioniera del cattivo di turno. Non è solo questione di buoni e cattivi, di torto o ragione. Ci sono in noi ataviche e misteriose esigenze che solo gli eroi, gli idoli, e anche le leggende soddisfano appieno. Soprattutto nei momenti bui, in quelli in cui tutto l’armamentario che la scienza ci ha fornito sembra non bastare. In cui le filosofie, per quanto profonde, non danno risposte e le organizzazioni umane, di natura imperfette anche quando sono eccellenti, fanno cilecca. Ma non solamente nel pericolo eroi e idoli hanno un ruolo importante. Lo hanno, a ben pensarci, soprattutto perché ci spronano, e spingono in particolare i giovani, a credere che nessuna impresa è davvero preclusa. Non si parla certo di azioni folli o autodistruttive, che sono esattamente il contrario dell’eroismo e semmai sono l’esasperazione egoista dell’Ego. Ma della capacità di vedere oltre gli ostacoli, di immaginare strade mai percorse, di lottare anche quando tutto sembra perduto, di fare qualcosa per gli altri senza averne un guadagno, di superare insomma quei limiti che l’egoismo e l’ignavia spesso tracciano attorno ad ognuno di noi. Chi ha scritto “beato il popolo che non ha bisogno di eroi” avrà avuto le sue ragioni. Ma erano parziali, quindi di parte. Il punto è che gli eroi non hanno una sola bandiera, sono in qualche modo universali. Proprio per questo vivono e vivranno finché sulla terra ci saranno uomini e donne che li sognano e li invocano.

 

 

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#Oltre n°37 | Eroi idoli e leggende

#Oltre n°36 | La rivelazione di Elpidio

La rivelazione di Elpidio

“Ti devo dire una cosa…” La voce del mio vecchio amico Elpidio Marzucca Lotis sembrava furtiva. Se una voce può mai esserlo, quella lo era. Ma non di un furto mi stava per raccontare. Piuttosto una confessione, in piena regola. “Lo sai che io non ho mai potuto sopportare il Natale, che ho sempre fatto finta di festeggiarlo. Ricordi, anche quando eravamo a scuola ti dicevo che il bello della festa era prima che arrivasse, che poi, quel giorno, ero sempre triste. E tu che mi accusavi di essere leopardiano, sfottendomi e tutte quelle scemenze lì…”. Io ascoltavo in silenzio, dall’altro capo del telefono. “Ebbene – la sua voce adesso era quasi un sussurro – io ricordo come dei Natali felici soltanto quelli trascorsi da solo, per scelta. Senza l’allegria di facciata, senza la falsa attesa per i regali, senza quelle ipocrite smancerie a cui mi adattavo per compiacere gli altri. E mi tornava anche in mente il sorrisetto beffardo di mio cugino più grande quando, avrò avuto quattro o cinque anni, mi chiese se credevo ancora a Gesù Bambino. Quest’anno, con la pandemia in corso, tutti fanno previsioni sul 25 dicembre, chiedendosi come sarà. E sono incerti e dubbiosi sui preparativi. Hai sentito anche i politici? Un festival dell’ipocrisia a dir poco, invocano perfino la spiritualità della festa per spiegare che bisogna stare distanti. Mi fanno quasi rimpiangere quei noiosi e terribili cenoni e pranzi che sopportavo mio malgrado. E la tardiva critica all’orgia dei regali? Resto perplesso. Anche perché tutta questa iniezione di sentimento, o meglio di sentimentalismo, questa attenzione alla solitudine altrui dove erano negli anni grassi? Chi si ricordava davvero di quelli che la solitudine non la scelgono ma la subiscono? Certo, alcune persone sensibili sì. Ma gli altri? Vivevano in compagnia la loro solitudine festaiola e nel contempo magari dimenticavano gli affetti vicini”. Io continuavo ad ascoltare, in silenzio. “Così ci doveva pensare un malefico virus a farci sentire l’atmosfera vera del Natale. Un senso magico e perduto: quello dell’attesa, del mistero. Dell’ora che di colpo ti cambia la vita. Dell’irrompere improvviso e lungamente atteso della speranza. Anche quella di un solo istante, quanto basta però agli esseri umani per essere più leggeri. Per sognare e tirare avanti. Ecco doveva proprio essere una bestiolina invisibile a farci ragionare su queste cose? A farci rimpiangere perfino i Natali che ci erano venuti a noia? Ripetitivi e imbarazzanti con tutti quei discorsi: ma lo zio Uccio ci rifilerà ancora le sue terribili lasagnette? E quel rompiscatole di Nandino? Non pretenderà anche quest’anno di imbucarsi all’ultimo momento perché non sa dove andare… Cosa regalo alla Titti, ha già tutto e poi è così snob…”. “Vedi – io non avevo fatto neppure un sospiro – stai zitto perché hai dei dubbi. Eppure sono convinto che quello che arriva tra poche settimane sarà, in ogni caso, un Natale straordinario, magnifico. E sarà diverso vedrai, una svolta: il primo di una lunga e bella serie. Perché lo aspettiamo con rispetto e con tanta speranza”.

 

 

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