Fiabeschi paesaggi scolpiti nel legno
Irreali e sognanti, sono le architetture dello scultore Fabio Castelli. Nascono da tronchi di legno e sono sapientemente modellati nella sua falegnameria di Besozzo.
Giovedì 21 in edicola con La Prealpina
Irreali e sognanti, sono le architetture dello scultore Fabio Castelli. Nascono da tronchi di legno e sono sapientemente modellati nella sua falegnameria di Besozzo.
Giovedì 21 in edicola con La Prealpina
Il famosissimo étoile del Teatro Alla Scala si racconta dopo l’ultimo successo televisivo del grande show Danza con Me. La disciplina e la caparbietà, ma anche il disordine cronico e la passione per il cioccolato fondente. L’intervista completa sarà pubblicata su Oltre, in edicola con La Prealpina giovedì 14 gennaio.
Ecco un piccolo dono di fine d’anno, giusto un presentino, che magari può avere qualche utilità. Ho trovato casualmente un manuale minuscolo, stampato in una sola copia. Senza titolo, contiene alcuni consigli, chiamiamoli di bricolage intellettuale, e risale a chissà quando ed è stato scritto da chissà chi. Ve lo propongo come pensierino per i giorni più bui che precedono quelli più luminosi in arrivo, come ogni anno accade da un’eternità. “Capitolo I (Dai diritti ai doveri): i diritti sono una cosa magnifica, da conquistare e difendere. Ma non dipendono solo da noi. I doveri invece possiamo imporceli, ed è una gran bella cosa. Non c’è difatti miglior libertà di quella che si ottiene fissando per noi stessi regole da rispettare e confini da non valicare. Chi decide di restaurare il suo modo di stare nel mondo parta da qui. Capitolo II (L’onestà non è un furto): essere onesti con se stessi e con gli altri non significa perdere delle occasioni come troppi pensano. La furbizia e la slealtà premiano nell’immediato ma poi presentano il conto. Quello che rubi ti sarà rubato, è destino. Capitolo III (La cortesia, un lusso abbordabile): ci sono cose che, per quanto la fortuna ci assista, mai potremo comperare o possedere. Ma la cortesia, la disposizione d’animo che eleva dalla massa belluina, se la può permettere chiunque. Anzi, perfino un guerriero è tale solo se sa coniugare al valore, al coraggio e alla forza, questa splendida virtù che richiede intelligenza e carattere. In tempi difficili la cortesia dovrebbe essere imposta per decreto, se ci fosse una autorità moralmente capace di emanarlo. Capitolo IV (La giusta distanza): non è un consiglio medico-sanitario o tattico, per quanto sia in molti casi salvifico. Si tratta di non prendere troppo sul serio la propria persona tanto da imporla ovunque e comunque: nel parlare, nello scrivere, nel presenzialismo spasmodico e invadente. Se servo ci sono, altrimenti resto nel mio: è un comportamento che vi porterà molti estimatori. Capitolo V (Vincere, non stravincere): sapersi fermare quando hai ottenuto quel che volevi è arte sopraffina. I fessi invece ritengono che sia opportuno calpestare il vinto. Un errore terribile. Certo la magnanimità può anche costare ma, in qualche modo, avvicina gli esseri umani agli dei. Capitolo VI (Dell’uso di lenti): quelle proprio servirebbero a molti, perché non tutti sono stati dotati dalla natura della giusta capacità di messa a fuoco. Qualcuno tende a minimizzare, altri ad ingigantire qualsiasi cosa venga raggiunta dal loro sguardo. Serve imparare ad utilizzare le lenti giuste per inquadrare cose, persone ed avvenimenti. Un esercizio davvero utile. Capitolo VII (Saper perdere): saper vincere è un’arte e un dono, saper perdere è una magia. Ho visto grandi persone perdere volutamente, senza che trasparisse e senza farlo pesare, per aiutare chi aveva bisogno di conforto o di sostegno materiale. Qualche Dio, da qualche parte, ne terrà senz’altro conto”. Il manualetto si conclude così. Buon Natale!
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A chi apparterrà questo quadro di Camille Pissarro? Dietro ad alcuni capolavori di Camille Pissarro si nasconde una storia buia che ci riporta indietro nel tempo fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale quando i nazisti le confiscarono a importanti famiglie ebree …
… il seguito sarà su Oltre, in edicola con La Prealpina giovedì 24 dicembre!
Chi passa dal museo della Grande Guerra di Borgo Valsugana, in Trentino, può notare in una vetrinetta un bottone da divisa militare austriaca forato e un proiettile di fucile italiano, uno accanto all’altro. Sono lì da qualche settimana. Fanno parte di una delle tante storie minime di quell’immensa carneficina che fu la Prima guerra mondiale. La notizia è di ottobre, ed è passata inosservata, occupati come siamo dalla tragedia che viviamo in questo anno. Ma merita d’essere raccontata perché, come tutte le cose misteriose, magiche e sorprendenti dell’esistenza, apre il nostro cuore a un sentimento in qualche modo consolante, che ci avvicina al senso profondo della vita. La nostra vicenda si svolge nel 1917, anno di tremendi combattimenti tra l’esercito italiano e quello austriaco sul monte Ortigara. Quello divenuto famoso anche per la canzone “Ta-pum” scritta da un fante italiano per ricordare i tanti compagni caduti e il cui titolo si rifà al sinistro suono dei colpi esplosi dai fucili dei cecchini.
Possiamo anche aggiungere che questa storia, o meglio il suo epilogo, ha avuto un nuovo inizio nel 2018, in ottobre, quando il Triveneto fu colpito dalla famosa tempesta Vaia, che abbatté, con venti che soffiavano a quasi duecento all’ora, milioni di alberi sui monti. Quella furia sradicò anche tantissimi faggi in un bosco del monte Civerone, alle pendici dell’Ortigara. Qualche mese fa uomini della Forestale, che stavano proprio facendo un controllo in zona, videro spuntare da una sottile trincea, che per cent’anni era rimasta nascosta nel fitto della boscaglia e sotto le radici, dei resti umani. Accanto alle ossa, brandelli di divisa e poi un bottone e un proiettile. Il bottone aveva un buco di lato, causato proprio dal proiettile italiano. Dai successivi accertamenti si è potuto stabilire che quei poveri resti erano di un fante austriaco evidentemente centrato da un tiratore italiano. Così 103 anni dopo essere morto in combattimento, e dimenticato in quel fossato durante i convulsi spostamenti del fronte di quei mesi, il soldatino ha trovato una definitiva sepoltura. Nel piccolo cimitero dove dalla fine della guerra giacevano i suoi compatrioti caduti su quei monti. Il bottone e il proiettile, invece, sono rimasti uno accanto all’altro, in una vetrinetta del museo. Muti testimoni di una tragedia che un evento naturale ha fatto casualmente scoprire. Perché se non ci fosse stata la tempesta Vaia, forse, il tempo avrebbe cancellato definitivamente le poche tracce di quella morte che per oltre un secolo aveva avuto come mute custodi solo le radici degli alberi da allora cresciuti nel bosco. Il fante senza nome, figlio di un impero defunto e di chissà quale delle tante etnie che componevano quel mosaico di popoli e paesi che fu l’Austria-Ungheria fino al 1918, passerà dunque questo Natale, il primo dopo la sua morte, in un cimitero e non sotto il cielo. Tra i mille misteriosi sentieri che la vita percorre può anche accadere che una tempesta, la quale è in tutto e per tutto una sciagura, abbia tra i suoi esiti perfino qualcosa di bello.
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