#Oltre n°9/2021 | La nuova America
Ah bella scoperta! Non lo dico per dire e il pensiero mi tormenta. Ci hanno ingannato, fin dal principio, ci sarebbe dovuto saltare subito agli occhi. E invece ci siamo cascati. Ci hanno detto che la persona più importante dell’Universo siamo noi stessi. Il bello è che ci abbiamo creduto e continuiamo a crederci. Ci hanno raccontato di un progresso inarrestabile e costante; di un lavoro che si fa senza fatica; della possibilità di guadagnare tutti e tanto, senza limite e di spendere altrettanto. Ci hanno insinuato che tutto ci è dovuto, perché ce lo meritiamo. Quasi fosse un diritto naturale, inalienabile. Ci hanno raccontato che la vita può essere facilitata, ah bella trovata, che è buona cosa stare sempre in vacanza e che è cultura anche andare ad osservare, da vicino, quelli che lavorano tutto il giorno per un panino. Ora di bugie se ne dicono tante e se ne spacciano per verità conclamate da che il mondo è nato. Adesso ci narreranno, ormai la moda vuole così, tante cose strane e tra un po’ ci faranno sapere che Atlantide esiste e la si potrà visitare su un sommergibile a forma di salame. Ci serve una nuova America, tutta da scoprire? Oppure come ci hanno spifferato il nuovo Continente sta già qui? A dir la verità di scoperte ne dobbiamo fare, e tante. A partire dall’abbandono di un egocentrismo divenuto così imperioso da rasentare la patologia. E tante altre cose dovremmo abbandonare, come vecchi stracci, e tante invece riscoprire e nuovamente indossare. Quel che la sorte ci ha apparecchiato, questa spinosa pandemia, ci pone di fronte ad una sfida che non è minore dell’andar per mare a esplorare. Punge, fa anche sanguinare e fa soffrire, ma non è detto che alla fine del gambo non spunti una rosa. Il cambiamento, sia quello generale sia quello individuale, richiede sacrificio, rinuncia, impegno e volontà. Voglia di fare, di osare, di rischiare. Col rischio di fallire, di perdere tutto, è cosa nota. Però non c’è castello che non sia andato in rovina, non c’è fortificazione che abbia protetto in eterno i confini. Perché noi siamo fatti più per la tenda del nomade che per il palazzo. Ospiti di questo mondo possiamo percorrerlo in lungo e in largo solo spinti dalla voglia di conoscere, di agire e di inventare. Le civiltà scompaiono, e le loro città crollano e finiscono sotto la sabbia, non tanto quando perdono guerre e sono aggredite dalle pandemie, ma quando la spinta vitale si esaurisce e si estingue il desiderio di futuro. Rannicchiati sul presente, chiusi sulla difensiva si può restare per periodi brevi. Poi serve muoversi, partire, osare. Se pensiamo che l’universo faccia tappa sul nostro ombelico non abbiamo capito la lezione di chi ci ha preceduto e, sulle cui spalle, siamo arrivati fin qui. Tra errori, orrori e meraviglie il cammino non si è mai fermato. Talvolta ha rallentato. Però indietro non si torna. La nuova America chissà se c’è, chissà dov’è. Ma per scoprirla serve partire subito. Adesso. Senza domande e perfino senza un perché.
Stanchi di aspettare che le cose cambiassero, un bel giorno un gruppo di cittadini di una nazione che aveva alle spalle una storia millenaria e ricchissima, decise di attuare la rivoluzione. Non scendendo per la strada o impugnando forconi e neppure erigendo barricate o incrociando le braccia. Scelsero di non attendere oltre e la fecero istantanea, quasi come il granulato per brodo che si mette nell’acqua bollente e voilà, il piatto è servito. Ora vi state chiedendo come sia possibile fare una rivoluzione istantanea, con quali mezzi e soprattutto con quali risultati? Eccovi accontentati: si tratta di uno sconvolgimento che nell’immediato non sembra smuovere minimamente le acque, insomma l’effetto è inferiore a quello di una leggerissima brezza sulla piatta superficie di un lago. Passando alla parte pratica si tratta di agire contro natura, ovvero esattamente al contrario del modo che per troppo tempo è stato considerato il più giusto e naturale. Bisogna cioè compiere azioni che sfuggono al profitto, immediato o no. Normalmente si ritiene che il do ut des sia un imperativo irrinunciabile. I rivoluzionari della nostra storia invece, appena possibile, agivano senza scopo di guadagno o di riconoscenza. Se puoi fare un gesto di liberalità fallo e non temere di perderci, fu lo slogan. Prima della rivoluzione, in quel tal Paese, ci si riempiva la bocca di parole come solidarietà, diritti ed eguaglianza. Tuttavia, per una strana distorsione del pensiero, si erano create fazioni contrapposte tra chi le interpretava come una vera e propria professione, e dunque a bene vedere a scopo di lucro, e chi invece le avversava come un subdolo trucco per far prevalere la parte che puntava a sovvertire il sistema sociale consolidato. La gentilezza senza richiesta di contraccambio; la volontà di aiutare nei limiti del possibile senza volere ricompensa; il desiderio di svolgere fino in fondo il proprio compito o il proprio dovere senza avanzare pretese o lamentele furono i primi segni che misero in allerta gli occhiuti custodi dello status quo. Per loro era intollerabile che qualcuno andasse contro le regole dell’economia pretendendo la libertà di fare senza guadagnare o lucrare. E dove si andrà mai a finire, si chiedevano, se, per fare un esempio, coloro che detengono una piccola leva di potere non la esercitano per trarne un anche minimo vantaggio, fosse solo quello di guardare dall’alto al basso chi dipende dalle loro bizze? Burocrati efficienti, sgobboni e ligi; servitori dello Stato impeccabili e protettivi come incorruttibili samurai; banchieri propensi a sostenere i volenterosi dando loro credito e via via tutte le categorie pubbliche e private indirizzate su una china del genere sarebbero state davvero uno sconvolgimento intollerabile. Da allora il tempo è passato ma, ogni tanto, così ho saputo, sulla superficie del lago si notano delle onde sebbene non tiri un filo di vento. Del resto, la storia lo insegna, le rivoluzioni, anche quelle istantanee, non sono proprio veloci come il brodo. Richiedono tempo e pazienza. Ma vanno a segno.
Tanti sono i tipi di esseri umani, altrettanti sono i modelli di eroismo (o, per contro, di viltà). Ce ne sono per tutti i gusti e le esigenze. Perché il sostantivo eroe è probabilmente tra quelli che più spesso vengono usati a sproposito, o meglio in modo iperbolico. Ci sono tante storie, qualcuna verissima, altre verosimili, poi ci sono quelle esagerate e quelle inventate di sana pianta, per pura propaganda. E c’è l’eroe di parte e l’antieroe. Roba da perderci la testa. C’è una storia stupenda e vera, bell’e pronta per diventare un film che non mi risulta sia mai stato girato. Con il giusto pizzico di romanticismo. Narra del comandante di un sommergibile austriaco durante la prima guerra mondiale. Il suo nome era Egon Lerch. Abile marinaio in carriera, spericolato e, dicono, bello ed elegante. Si innamora, ricambiato, della nipote più cara dell’Imperatore. Che è però già sposata con un aristocratico. Lui non è nobile, limite tremendo all’epoca, però se gli riuscisse, con una impresa eroica, di guadagnare l’ordine di Maria Teresa, la più importante onorificenza della corona Asburgica, avrebbe oltre agli onori una patente di nobiltà che gli faciliterebbe il raggiungimento del sogno. Così fa di tutto col suo sottomarino, che si chiamava U-12. Fino a tentare l’impresa più ambiziosa: entrare nel porto di Venezia, seguendo la scia di una cannoniera italiana e silurare le navi nemiche. Ma così facendo si infila in un campo minato. Fine della storia. Con Lerch muoiono anche gli uomini del suo equipaggio, tutti poi celebrati come eroi. Certo si era in guerra e il rischio è sempre lì, dietro ogni angolo, in ogni istante. Ma quanto ha contato l’ansia di un singolo a caccia di eroismo sulla sorte di tanti che volevano solo tornare un giorno a casa? E per restare nel campo militare c’è la storia della grande guida alpina Sepp Innerkofler, che viveva facendo l’albergatore e portando sulle cime più belle delle Dolomiti escursionisti di tutta Europa. Nel ‘15 scoppia la guerra con l’Italia e lui, il più esperto, viene reclutato come guida militare per difendere la sua terra. Subito avvisa il comando: bisogna presidiare quella cima (il monte Paterno) perché è essenziale per la difesa. Ma i generali la pensano diversamente. Passa qualche settimana e la vetta finisce in mano italiana. Ed è una spina nel fianco che mette a rischio la tenuta del fronte alpino. Così si chiede al vecchio Sepp di salire sulla montagna e riconquistarla. Impresa disperata. Eppure lui, per senso del dovere sale, combatte e muore. Gli italiani, che ben lo conoscevano, recupereranno il suo corpo tributandogli tutti gli onori. Altro tipo di eroismo. Ogni giorno, nelle battaglie della vita, spuntano degli eroi. Inutile dare giudizi o stendere la lista dei buoni e dei cattivi. Però il pensiero questa settimana omaggia quelli che agiscono non per interesse o perché costretti dagli eventi ma per senso del dovere, amore verso il prossimo, solidarietà o anche voglia di dare gioia e sollievo. Perché quasi sempre le loro storie restano senza targhe e senza medaglie.







