Reinhold Messner il re della montagna

Reinhold Messner il re della montagna

Il celebre alpinista alla soglia dei 77 anni si racconta: il rapporto con la montagna, la passione, il parere sulla stagione delle imprese che porta in vetta chiunque e infine il suo prossimo importante obiettivo quello di lasciare traccia di ciò che era l’alpinismo tradizionale.

>> Rubrica Tempo Libero

#Oltre n°21/2021 | Da quando Roberto Baggio non gioca più…

#Oltre n°21/2021 | Da quando Roberto Baggio non gioca più…

L’idea che uno come Roberto Baggio sia al centro di una docufiction su Netflix e di una canzone, colonna sonora, scritta da un vincitore di Sanremo come Diodato non sorprende, anzi, consola, rallegra, convince. Di precedenti, in un’antologia sommaria, se ne trovano eccome. Cesare Cremonini, nella stagione dopo la Vespa truccata, ci ricordava che, soprattutto a Bologna, “da quando Baggio non segna più non è più domenica”. Prima di lui, ma sempre un che di bolognese c’era, Lucio Dalla cantava: “Sei mai stato il piede del calciatore che sta per tirare rigore. Baggio. Baggio”. E infine i Pinguini Tattici Nucleari: “Ci vuole coraggio nel ’94 a essere Baggio”. La cosa incredibile con Roberto (per tutti “Robi”) Baggio è che per tutti, appunto, e per tutte le squadre in cui ha giocato, anche se ha giocato poco o nulla, è stato ed è una bandiera. Per Vicenza, per Firenze, per la Juve, per il Milan, per Bologna, per l’Inter, per Brescia. E ovviamente per la Nazionale. Com’è possibile che sia l’unico italiano a memoria di chi scrive che riesca ad abbinare su di sé il riconoscimento assoluto del talento e l’indomabile affetto collettivo? Trovare la risposta a questa domanda significa scoprire il segreto del successo. Roba che neanche il Tenente Colombo riesce a concludere l’indagine, con o senza l’aiuto della moglie. Ma alcune supposizioni si possono fare. Intanto il Divin codino ha sofferto, più volte, e si è sempre rialzato, con classe e calma. E poi è un italiano strano, non entrerebbe nella canzone di Toto Cutugno, e gli italiani amano amare gli italiani strani. Buddha, i silenzi, quello stare al suo posto nonostante e con la grandezza delle sue doti sportive, gli occhi di luce malinconica, il profilo acuminato e quella particolare capigliatura metà Rinascimento e metà trash. Il suo muoversi in campo, con o senza palla, ma con di più, non ha avuto pari dopo Sandro Mazzola e Gianni Rivera, però le doti calcistiche – come recita Diodato – non spiegano tutto l’amore per l’uomo dietro il campione. L’amore non si spiega, certo, ma anche qui delle supposizioni si possono fare. Baggio ha saputo sempre unire la determinazione nella ricerca dell’obiettivo, che sia il gol o una guarigione, alla tranquilla nonchalance con cui chi sa di aver dato tutto e di poter fare qualsiasi cosa in campo guarda con saggia ironia a ogni inciampo, a ogni debolezza, ai lustrini, alle paillettes e alle magagne di un mondo che come ogni cosa al mondo ne ha. Baggio è stato Baggio, un pezzo unico anche se non lo strillava, anche se sbagliava un rigore, anche se il CT non lo convocava, una bandiera, anche se stava poco in una squadra, la bandiera della nostalgica sicurezza di sé che solo chi si sente libero può sventolare. Mai bianca.

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I Food Ensemble e i concerti da mangiare

I Food Ensemble e i concerti da mangiare

Il fornello che sfrigola, l’acqua che bolle, il pane che scrocchia. Il gruppo gastronomico-musicale dà vita a un’originale live: mentre cucinano piatti gourmet fanno suonare gli ingredienti per un’esperienza unica.

Ne parliamo giovedì 3 giugno nel nuovo numero di Oltre.

>> Rubrica Cucina

#Oltre n°20/2021 | Abbiamo tutto il tempo

#Oltre n°20/2021 | Abbiamo tutto il tempo

Mi ricordo certi solitari pomeriggi estivi. E certe tediose domeniche invernali. Mi ricordo, sì mi ricordo. Ho ben nitide alcune immagini, nuvole alte nel cielo, nebbie così dense da faticare a distinguere la strada di casa, paesaggi desolanti, deserti di periferie industriali. Mi sovviene il senso dei pensieri che mi battevano in testa, mi sembra persino di riscoprire il sapore che lasciavano in bocca. Ma certamente è una delle tante stranezze che i nostri fallaci sensi regalano. Eppure quelle sensazioni che fanno parte del mio essere materiale sono risorse magnifiche a cui ricorrere nei momenti più complicati. Sono i mattoncini con cui ognuno costruisce il palazzetto del proprio presente. Nel rammentare mi accorgo che anche allora, tanti anni fa, i pensieri meno allegri erano i più importanti. Perché i bei pomeriggi assolati, i sabati di feste, i giorni dei piccoli trionfi lasciavano ben poco, se non il rimpianto e il desiderio di ripetizioni che mai venivano a comando. Invece i momenti più complicati, le solitudini che parevano montagne tenebrose e invalicabili, i tentativi di scrutare un futuro tutt’altro che rassicurante, quelli erano meravigliosamente produttivi. Con l’andar del tempo ho capito che l’assurda pretesa di una vita programmata e programmabile è un limite da superare. Certo, tra molte letture ero incappato più volte in ragionamenti simili, ma l’esperienza vera l’essere umano non se la fa certo sui libri. Il pensiero oggi la prende alla larga, ci gira intorno, come un uccello rapace che in volute sempre più strette studia il momento per piombare sulla preda. Che altro non è se non l’addio, un bell’addio. Fatto di immagini, appunto, di ricordi e di sensazioni. Abbiamo così tanta disabitudine all’addio, noi contemporanei, che ci pare quasi un delitto. E invece è una costante della vita, e ce ne dobbiamo riappropriare. Certo un buon addio richiede un minimo di forma, una goccia di eleganza e qualche noncuranza. Non grandi cose. Quel poco che basta per distinguere un cialtrone da un galantuomo; chi sa sorvolare da chi resta ancorato pesantemente al contingente. Chi sa attribuirsi il giusto peso da chi si ritiene un purosangue in gara con i somari. C’è chi queste semplici verità le impara subito e chi mai. Ma giudicare gli esseri umani è talmente inutile, meglio non farsi distrarre e semmai dedicarsi alle loro opere, quando sono buone. Ecco, un poco del meglio che forse possiamo fare nella vita è proprio saper riconoscere il bello e lodarlo, tenercelo stretto e per quel che è possibile difenderlo. Sapendo però che anche a quello si può dire addio. Magari un addio ben allestito: meglio, molto meglio, di una permanenza sterile, foriera di tedio e di logorio. E poi pensate: che cosa potrebbero mai fare di meglio, i troppi che si riempiono la bocca dei problemi dei giovani e snocciolano poi solo fasulli progetti per il loro futuro, che dare un bell’addio lasciando spazio? Sapersi fare da parte, questa è davvero un’arte. E a ben vedere è una cosa a portata di mano. Abbiamo tutto il tempo, magari dopo il caffè.

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Valle Maira, un paradiso incontaminato

Valle Maira, un paradiso incontaminato

Paesaggi selvaggi, vallate e canyon profondi. La Valle Maira nel cuneese è il luogo perfetto per staccare la spina e rigenerare la mente. Tra trekking alla portata di tutti, soste artistiche nei borghi e pause culinarie per rifocillarsi, qui si fa il pieno di energia positiva.

Ne parliamo giovedì 27 maggio sul nuovo numero di Oltre.

>> Rubrica Tempo libero