IN USCITA
Spa, alimenti, abiti, bar e ristoranti e persino podcast pets friendly. Il trend di far assomigliare gli animali a uomini e donne da mania americana sta prendendo piede anche in Italia. Sarà un’estate da trascorrere in simbiosi scegliendo anche la vacanza da trascorrere insieme, gusti a quattro zampe permettendo.
Giovedì 15 luglio su Oltre, il settimanale in edicola con La Prealpina.
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IL PENSIERO DEL DIRETTORE
L’idea che avevo della televisione era sbagliata. Poi mi è capitato di collaborare con una trasmissione di successo e di prima serata di Rai 3 e ho capito essenzialmente due cose ben rappresentate da due esempi straordinari di professionisti della tv che nel giro di pochi giorni l’uno dall’altra sono andati in un mondo migliore (copyright Sergio Iapino): Paolo Beldì e Raffaella Carrà. La prima scoperta è che in televisione nulla è lasciato al caso, salvo il caso, l’imprevisto. Tutto è calcolato, scritto, poco spazio ha davvero l’improvvisazione, l’andare in scena senza un copione. Il copione è scritto da autori che lavorano, affastellando per ore idee e suggestioni, discutendo su tavoli pieni di libri e di cibo da delivery. Si arriva a una sorta di scaletta che prevede al millesimo di secondo quasi anche la smorfia del conduttore o della conduttrice. Fare tv è come scrivere una sceneggiatura continua, un concerto sinfonico: il bravo autore deve arrivare a capire perfino quando deve lasciare una pausa per dare al pubblico la possibilità di ridere, applaudire, commuoversi. La tv è un’arte quasi esatta e farla bene è da veri fuoriclasse, da scienziati della matematica dell’audience e delle emozioni degli spettatori, da professionisti e da lavoratori senza requie. Come un cuoco non sbaglia mai dosaggi degli ingredienti e tempi di cottura: il talento di un Beldì. Fare tv è sentire il battito del cuore del popolare. E qui viene la seconda lezione appresa, quella che riguarda appunto la popolarità. Come si fa a essere popolari? Che cos’è la popolarità? Ecco, chi fa tv deve continuare a interrogarsi su questo tema per fare al meglio il suo lavoro. Per essere popolari bisogna essere larghi, aperti, inclusivi, bisogna rispettare i gusti di tutti e contenerli in un’unica scaletta, in un’unica sceneggiatura, in un piatto ben servito. E per non far sentire alcuno escluso, dev’essere una popolarità non contro qualcosa o qualcuno – come capita sempre più spesso con il tipo di popolarità di molti influencer e/o odiatori da tastiera, ma deve essere una popolarità per qualcuno o per qualcosa. Per esempio, ha ragione il Guardian quando spiega che Carrà è stata una femminista senza essere mai una femminista perché, tra le altre cose, in fondo, ha liberato, e con una canzone, le donne dal tabù del piacere sessuale e il far l’amore «da Trieste in giù» da un certo perbenismo troppo ipocrita e troppo censore. Ma non lo ha fatto contro o con la logica dell’affermazione astiosa, rivendicazionista, anzi, lo ha fatto con la gioia, sorridendo e ballando, per fare sentire tutti a casa, a posto. È il segreto della popolarità, dell’arte televisiva.
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IN USCITA
Non solo la qualità dei luoghi, meno turistici, ma anche la qualità del tempo dedicato a viaggiare. A piedi, in bici o in treno, anche i giovani scelgono di viaggiare slow, lento: la priorità non è vedere tante località, ma vivere un luogo in ogni suo aspetto lasciandosi emozionare.
Giovedì 8 luglio ne parliamo su Oltre, il settimanale in edicola con La Prealpina.
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IL PENSIERO DEL DIRETTORE
L’idea che siano passati vent’anni dal G8 di Genova è stata cancellata dall’idea che sono passati vent’anni dall’11 settembre e dalle Torri gemelle. Meno di due mesi trascorsero allora tra i due eventi – i fatti di Genova, come spesso sono richiamati, andarono dal 19 al 22 luglio 2001 -, ma il secondo si prese il titolo del ventennio successivo. E non lo molla nemmeno ora, nonostante articoli, come quello di Michela Murgia sull’Espresso del 21 giugno, o podcast, come quello intitolato “Limoni”, creato per Internazionale da Annalisa Camilli, rievochino oggi il summit e la piazza in cui morì Carlo Giuliani. Tutti ricordano dov’erano l’11 settembre, per Genova è tutto più offuscato come dietro una coltre di lacrimogeni, quelli che – mito vuole – irritano di meno se usi il succo di limone, appunto. Per tutti Genova è offuscata? Anche per me, che pure c’ero. Era una delle mie prime e poche missioni in esterna dalla redazione. Mi ricordo arrivare accaldato ed eccitato, sulla Peugeot rossa plurigibbonata, in una Genova vuota: si vedevano soltanto o gruppi di ragazzi con zaino e spesso caschi attaccati allo zaino (e io ingenuamente mi chiedevo perché) o forze dell’ordine con casco e scudo (e io qui sapevo già un po’ di più perché). C’era una surreale piazza centrale ben protetta in una zona rossa – come cambiano i colori e le loro definizioni negli anni, oggi che siamo tutti in zona bianca e senza mascherina -, c’erano fioriere ben curate e nessuno nel giro di centinaia di metri. Mi ricordo scendere impaurito e incuriosito in un piazzale intitolato al più glamorous e liberal presidente Usa, JFK, sprangato, fumoso e urlante, al fianco di un tranquillissimo, lui, Giuliano Ferrara, non proprio l’idolo, allora, delle piazze black bloc di sinistra dura. Ricordo il mio collega, Lanfranco Pace – lui però stava sempre in strada, io più spesso al caldo del dibattito geopolitico – e lo ricordo gridare «libera stampa in libera manifestazione» mentre una schiera di ninja incappucciati ci veniva incontro minacciosa, per poi passare oltre, in quello che io rammento come l’ombroso sottopasso che divideva il fronte no logo dal ciuffo dell’elegantissimo presidente giapponese Junichiro Koizumi. Mi ricordo avvicinare la consigliera per la sicurezza nazionale Usa, Condoleezza Rice, per farle domande sui sondaggi negativi per il presidente Bush figlio. Prima che tutto accadesse e si prendesse tutto il ventennio successivo, una banale domanda sui sondaggi. La banalità della politica, prima che la storia fosse segnata da eventi più o meno offuscati nella memoria e prima che il mondo continuasse a dividersi in buoni e cattivi, con appartenenze a fasi alterne, dimenticando la non banalità del mondo reale e globale.
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IN USCITA
Un tuffo nelle atmosfere del Sol Levante. La mostra ospitata nelle sale del Castello di Masnago permette al visitatore di scoprire colori e tecniche raffinate, usanze e storia e fare così. Un percorso tra libri di fine Ottocento e inizio Novecento, poster, stampe e illustrazioni firmati da noti artisti Giapponesi.
Giovedì 1 luglio ne parliamo su Oltre, il settimanale in edicola con La Prealpina.
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