Il Pandino di Vidal

Il Pandino di Vidal

Il commento di Pasquale Martinoli

Arturo Erasmo Vidal, calciatore pluridecorato, con sette campionati vinti (4 in Italia, tre in Germania e uno in Spagna) e varie coppie di contorno, ha alzato un nuovo trofeo, da lui stesso definito «un sogno che si avvera»: una vecchia Panda color verde. L’ha mostrata, sui Social, affiancata nel suo parco auto a una Ferrari. E l’ha già messa in moto, scorrazzando per Como e raggiungendo anche, al volante del Pandino, il campo di allenamento della sua attuale squadra, l’Inter. Le immagini sono diventate virali. E l’informazione si è messa nella scia, citando i precedenti di star del pallone che hanno scelto utilitarie d’antan, veicoli popolari, lasciando ai box (solo per poco) le fuoriserie. Vuoi fare mancare un commento? Certo che no! Sui Social, ormai zona franca per qualsiasi esternazione, si passa dalla nostalgica ammirazione per il Pandino vecchio stampo (da una ventina d’anni soppiantato dal nuovo modello) alle perplessità sul giubilo del nostro Arturo che «finalmente» ha coronato «il sogno», perché tale evidentemente non erano la Ferrari e la McLaren serie boh già in suo possesso. Fermo restando che il Pandino è iconico e chi l’ha avuto, come unica auto, ne serba un caro ricordo, stupisce lo stupore del nerazzurro per questa agognata conquista. Vamos Arturo. Col Pandino. © riproduzione riservata

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#Oltre n°38/2021 | Abbasso le riunioni, ridateci l’ozio e il tempo

#Oltre n°38/2021 | Abbasso le riunioni, ridateci l’ozio e il tempo

L’idea che sarei tornato a parlare de La Riunione, libro Feltrinelli scritto da uno dei migliori autori televisivi italiani, Pietro Galeotti, l’avevo confessata fin dall’inizio e non soltanto per le due trovate geniali contenute nel racconto, cioè parlare di chi ci sarà o no al proprio funerale, indagare per selezionare affettuosi e menefreghisti in presenza dei suddetti, ovviamente partecipanti alle riunioni, e denunciare il fatto che non c’è vita fuori dai meeting, ormai.

Ne voglio riparlare non soltanto perché nel testo ci sono brocardi o battute, decidete voi, fulminanti come quella di Vulvia, alias Corrado Guzzanti: «Per cambiare la televisione, bisogna andare al negozio». Oppure quella dell’editore e intellettuale Vanni Scheiwiller: «Non ho nulla contro il successo, ma neanche contro l’insuccesso». Oppure quella di Pietro Galeotti: «Ognuno di noi coltiva con cura il segreto del suo insuccesso». E ancora quella di Pietro Galeotti: «Si capisce dal primo incontro preparatorio per la riunione di domani che il programma sarà un casino totale. Veti incrociati, sospetti, filosofie opposte di intrattenimento, stili incompatibili. C’è già tutto il necessario per naufragare. O trionfare contro ogni logica». Ma si parla della tv o della vita di ognuno di noi?

Boh, intanto non è di questo che volevo parlare e/o scrivere, ma di ben altro. Di una cosa che mi gira in testa senza, anzi, contro ogni logica da quando ho letto La Riunione. È una domanda. È una riflessione che tira in ballo l’ozio, nel senso virgiliano e oraziano del termine, cioè un vuoto da tutto per riempirlo di saggezza. È la soluzione, mia personale, ovviamente, all’enigma del libro di Galeotti. Tanto lo abbiamo già scoperto che un libro, una volta scritto, diventa quasi più dei lettori che degli scrittori. È una cosa che vorrei tanto chiedere all’autore tv e del libro, ma non vorrei essere deluso. Magari mi sono costruito tutto un film, ho dato una interpretazione troppo socio-psicologica del volume, di questa voglia di parlare del funerale cui magari nemmeno lui stesso parteciperebbe. Delle riunioni che sembrano non andare da nessuna parte e poi vanno addirittura in onda, in prima serata, magari con Fiorella Mannoia come conduttrice o star. Tutto questo girare attorno a professioni che declinano, a “si stava meglio quando si stava peggio”, a “non esistono più le mezze stagioni televisive”, ancora meno quelle di una volta, a “com’ è bravo Carlo Sassi” e “che ridere con lui”, a “come ci vorrebbe un pubblico più così” oppure “più cosà” e comunque la “’Ndrangheta in tv non tira”. Insomma, ma non è che voleva dire una cosa semplice quanto radicale, cioè che per pensare ci vuole soprattutto il tempo?

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L’Alpe Devero – Una perfetta gita fuori porta

L’Alpe Devero – Una perfetta gita fuori porta

L’Alpe Devero è la destinazione perfetta per una gita fuori porta. Dal magico paese di Crampiolo, al Lago delle Streghe o su fino al Grande Est. Una volta nella vita bisogna andarci. Il problema è che, poi, si torna. Spesso. Sempre più spesso. Se con l’Alpe Devero è amore a prima vista, il sentimento dura, cresce e diventa eterno. Quel luogo si ama e basta. E, soprattutto, si viene ricompensati in ogni istante: quando sbuca un laghetto in cima alla salita, oppure quando dall’alto si ammira lo specchio d’acqua di Codelago danzare fra boschi e cime oppure quando si sbuca a Crampiolo e sembra di vivere a metà fra una cartolina e una fiaba.

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Inoltre, vi parleremo di:

Da gustare – Non più germogli e non ancora foglie. Sono i microgreens le piantine appena nate di numerose specie di ortaggi, erbe aromatiche e piante spontanee. Minuscoli ma ricchissimi di vitamine, antiossidanti e minerali, fino a 40 volte quelli che si trovano nelle piante mature.

Da appuntarsi – Il cartellone musicale torna a riempirsi. Vi diciamo quali sono le date imperdibili del prossimo anno dai Mäneskin ad Achille Lauro a Elton John.

Da vedere – Si ride con il meglio degli sketch di Raul Cremona in «The magician» in scena al teatro Giuditta Pasta di Saronno venerdì 5 novembre.

Da sapere – Sotto i ferri della carrozzeria Bottini a San Giorgio su Legnano sono passate le auto più belle che da 75 anni qui si rifanno il look.

In carrozza scalando le Alpi/#4

In carrozza scalando le Alpi/#4

Una sosta anche a Briga, Spiez e Thunx. Il Trenino verde ferma anche a Briga, ai piedi del Passo del Sempione, un punto di partenza ideale per fare delle belle camminate nel Lötschberg, nella regione dell’Aletsch, oltre che per sciare nei comprensori vicini o rilassarsi nei bagni termali della zona. Spiez, invece, è una cittadina incastonata tra colli e pendii coltivati a vigneto, dominata dal magnifico castello sul Lago di Thun con, sullo sfondo alcuni fra i più imponenti massicci alpini. Infine Thun (foto), caratterizzata da edifici storici, suggestivi marciapiedi alti che parlano di storia, oltre al castello bianco che sorge su una montagna a picco sullo specchio d’acqua a cui la città dà il nome. © riproduzione riservata

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In carrozza scalando le Alpi/#3

In carrozza scalando le Alpi/#3

In meno di un’ora dall’ambiente alpino di Kandersteg si raggiunge Berna: l’impatto con la capitale è da lasciare senza fiato, perché l’ingresso in città avviene su un ponte sul fiume “del cruciverba”, l’Aar, da dove la città dà il benvenuto nel migliore dei modi. Berna, infatti, sorge su una collina all’interno di un’ampia ansa del corso d’acqua. Il centro storico si può girare in poche ore a piedi, facendo su e giù, fra la strada principale, quella dell’antico mercato, e le vie due laterali. Fra esse si può giocare a “perdersi”in viuzze e lungo i sei chilometri di portici, oppure nelle oltre tre duecento antiche cantine: dove una volta le famiglie ricche tenevano il vino, oggi, sotto terra, ci sono negozi, parrucchieri, cinema, teatri, ristoranti. A un tratto ci si può trovare davanti a una delle duecento fontane cittadine oppure, se la giornata è bella, si possono scorgere le cime innevate dei 4.000 metri della zona del mitico Eiger. Fra torri e ponti, tram e biciclette di una città giovane, viva e multietnica, improvvisamente si può sbucare davanti al Palazzo federale, simbolo politico del Paese oppure fermarsi ad ammirare la Torre dell’orologio, col suo meccanismo originale del Cinquecento, che si aziona ogni ora. Ma il monumento simbolo della città è sicuramente il Münster, la cattedrale in stile tardo gotico, il cui campanile svetta su tutto e dove spiccano, per la loro bellezza, le vetrate e il portale dov’è scolpito il Giudizio universale. Il giudizio sul viaggio col Trenino Verde fra Kandersteg, l’Oberland Bernese e Berna, è invece sintetizzabile in una sola parola: meraviglioso. © riproduzione riservata

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