#Oltre n°35/2022 | Noi siamo così perché abbiamo letto i Promessi Sposi

#Oltre n°35/2022 | Noi siamo così perché abbiamo letto i Promessi Sposi

Ce li hanno fatti studiare a scuola e non è che siano sempre stati in cima alle nostre preferenze. Adesso ce li ritroviamo in versione tutta nuova e tutta fresca nella loro culla, cioè a Lecco, dove Alessandro Manzoni ambientò i Promessi Sposi, capolavoro della letteratura mondiale.
È lecito chiedersi che senso abbia un’operazione del genere in un mondo dove il pensiero corre veloce e sembra non esserci più spazio per le gesta di Renzo e Lucia e di tutti quei personaggi che fanno parte di quel canovaccio narrativo che ha attraversato la vita di generazioni di lettori. Il senso c’è ed è presto spiegato. L’eternità dell’opera d’arte, per sua stessa definizione, travalica i limiti temporali e si pone con attualità pure nei momenti di cambiamento come il nostro.
Ma non è solo questo il motivo che riporta i Promessi Sposi su quel ramo del lago di Como dal 14 al 16 ottobre. C’è infatti anche il desiderio di misurarsi con contenuti che non sono solo letterari ma che abbracciano il nostro stesso essere persone di quest’epoca. Verrebbe da dire: noi siamo così perché abbiamo letto i Promessi Sposi. Ecco, allora, dove sta il significato di una manifestazione che recupera sfaccettature diverse del romanzo del Manzoni e le ripropone con quel senso di freschezza che può pure far rinascere interesse e attenzione verso l’opera. Ciò che ha ispirato la riproposizione dei Promessi Sposi è, insomma, la convinzione che senza questo pilastro fondamentale della nostra società, anche noi saremmo diversi. Quante volte, avendo a che fare con i personaggi di qualche ufficio pubblico, abbiamo pensato all’Azzeccagarbugli. Oppure abbiamo incontrato nella nostra vita tanti don Abbondio che “il coraggio, se uno non ce l’ha, mica se lo può dare”. Fra Cristoforo ne abbiamo incrociati un po’ meno. Capponi di Renzo, invece, ce ne sono in quantità industriale in questa società individualista e litigiosa: tutti a combattere contro qualcuno invece di solidarizzare. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Già citando questi esempi si riaprono le pagine del libro della nostra memoria e ci accorgiamo, senza ombra di dubbio e di smentita, che quello che scrisse Don Lisander ha un carica di attualità e di vivacità straordinaria. Ben venga, dunque, la manifestazione di Lecco e tutto ciò che contribuisce ad allargare gli orizzonti e a far sentire la letteratura parte integrante della nostra vita. Spesso un buon libro vale molto più di mille medicine perché ci fa stare bene dentro. Ed è quello che vogliamo davvero.

Oltre torna in edicola – Quel ramo rock and pop del Manzoni

Oltre torna in edicola – Quel ramo rock and pop del Manzoni

A Lecco prende il via un fine settimana per avvicinarsi al romanzo più celebre e al suo autore, perché I promessi sposi e Alessandro Manzoni non sono mai stati così attuali.

Scopri di più nel nuovo numero di Oltre in edicola giovedì 13 ottobre con La Prealpina.

Inoltre, vi parleremo di:

Da fare – Alla scoperta della Valtellina tra camminate nel foliage, luoghi da visitare e tappe obbligate per assaporare l’enogastronomia

Da conoscere – Lecco città dei Promessi Sposi. Un fine settimana ricco di eventi per conoscere il celebre romanzo e scoprirne la modernità

Da sapere – La zucca ortaggio tipico dell’autunno, portato in Europa, insieme a patate, mais, cacao e a molto altro e simbolo di feste e utilizzata per vari scopi

Da ascoltare – Il rapper varesino Spanish Ed ha appena pubblicato l’EP “Fuori moda” e ce lo racconta

#Oltre n°35/2022 | Noi siamo così perché abbiamo letto i Promessi Sposi

#Oltre n°34/2022 | La lezione della nonna vale più delle parole nuove

Non è una sfida da poco quello dello slow food. Per chi non se ne intende potrebbe apparire solo come un’operazione di marketing, un modo per dare una passata di vernice su concetti e modalità di consumo degli alimenti e di rapporto con il cibo che fanno parte del nostro dna e quindi non c’era nemmeno bisogno di sottolinearlo. Invece il messaggio lanciato dallo slow food è importante e da non trascurare in questo periodo di mordi e fuggi e di cultura del consumo immediato. Si tratta di un argine, quello posto da chi ci invita a godere di ciò che mangiamo, un’ultima frontiera, passata la quale si cade nell’abbruttimento e, pian piano, nella perdita totale del gusto (non solo quello che ci deriva dai cinque sensi).
Fateci caso e rifletteteci un attimo: come mangiamo e cosa mangiamo fa parte del nostro essere. La vita di tutti i giorni ci costringe spesso a ridurre le pause e ad assolvere a ogni nostro impegno sempre più velocemente. Ma è giusto che ognuno abbia una propria parentesi nella quale trovare il proprio tempo e il proprio spazio. Il momento del cibo è quindi essenziale per riconquistare la coscienza del sé e per andare oltre la semplice consumazione di un alimento. È un fatto culturale quello che viene posto dai sostenitori dello slow food ed è un tassello di un approccio migliore nei confronti della vita, la nostra vita, la vita di tutti quanti.
Quante volte ci siamo lamentati perché non riusciamo più a godere di nulla, essendo tutto rapido e vorticoso? L’ansia di rincorrere obiettivi vuoti ci costringe spesso a trascurare le cose importanti. Il mondo dei social è maestro nell’alimentare questo tipo di atteggiamento. La necessità di rimanere al passo finisce per divorare il tempo delle persone (utenti) che, alla fine, si trovano a consumare le proprie esistenze su un terreno molto sdrucciolevole. Imboccata la china, tra l’altro, non si riesce più a tornare indietro. Riappropriarsi del proprio tempo, dunque, è la prima regola per stare bene. Partire dal cibo – quello buono – è un altro punto forte per cercare di uscire dalla logica del consumo per il consumo. Solo così, grazie all’approccio di ogni singolo individuo, si potrà dare significato allo slow food. Che non è un marchio pubblicitario (come qualcuno vorrebbe) ma una filosofia di vita. Mia nonna mi diceva: mangia piano (mastica) e mangia bene. Quelle parole sono sempre attuali. Anche se hanno cambiato nome.

Oltre torna in edicola – La buona Italia  si siede  a tavola

Oltre torna in edicola – La buona Italia si siede a tavola

Un giro dell’Italia attraverso i Presìdi Slow Food, progetti che sostengono le piccole produzioni tradizionali e che rischiano di scomparire. Perché in tavola non c’è solo pasta e pizza.

Scopri di più nel nuovo numero di Oltre in edicola giovedì 6 ottobre con La Prealpina.

Inoltre, vi parleremo di:

Da sapere – La perla è una delle gemme più pregiate e amate, ma altro non è che la reazione difensiva di un animale a un elemento fastidioso.

Da vedere – Una mostra a Palazzo Reale a Milano celebra Max Ernst pittore, scultore, poeta e teorico dell’arte tedesco con oltre 400 opere esposte.

Da vivere – Barckitecture è la parola che sintetizza il design pet-friendly che ridisegna gli spazi, li modifica o li progetta per accogliere gli animali domestici.

Da fare –  Il Santuario Vicoforte (Cn) ha la cupola con sezione orizzontale ellittica più grande al mondo e su cui, con imbrago ed elmetto, è possibile salire.

#Oltre n°35/2022 | Noi siamo così perché abbiamo letto i Promessi Sposi

#Oltre n°33/2022 | 50 sfumature di caffè e altre storie di tutti noi

Siamo al caffè e non è certo poca cosa. Anzi. Il caffè è l’esempio perfetto di che cosa sia e di come sia unica la nostra economia: non ne abbiamo, ma ne produciamo il migliore e lo facciamo praticamente soltanto noi così al mondo.
Il caffè non popola tanti film, o quanto meno non me li ricordo: lì è sopravanzato, fino a un po’ di tempo fa, dalla sigaretta a bordo labbro e sempre dal bicchiere di vino o più. Però le canzoni ci sono, da Pino Daniele ad Alex Britti (addirittura centomila!), da Riccardo Del Turco a Fiorella Mannoia. E anni fa c’era una carinissima sit-com italiana con Luca (Bizzarri) e Paolo (Kessisoglu) che faceva ridere raccontando storie che accadevano sempre e soltanto davanti a una macchinetta del caffè, in camera caritatis, in Camera Cafè. Ma non è questo il punto. Il punto è che il caffè definisce l’arredamento dei nostri bar: qui c’è il bancone alto ma senza sgabelli per un caffè al volo, in altri posti ci sono gli sgabelli perché ci si siede per una birra o uno scotch. Noi amiamo tutte le 50 sfumature di caffè, anche se siamo conosciuti in tutto il mondo per il semplicissimo espresso. Qui da noi le persone si definiscono per come lo prendono: americano, amaro, con latte freddo o caldo, corto o lungo, macchiato o no, corretto e come. Il caffè dice di noi che siamo tantissime cose diverse su un gusto e un sapore e una forza costanti. Il caffè definisce le fasi delle nostre giornate, coffee break?, perfino i tempi della nostra vita, certamente alcuni approcci, anche perché “ti offro un caffè” si porta meglio di “hai una sigaretta?” o “di che segno sei?”. E d è molto meno imoegnativo e appariscente e adulto. Ho sempre pensato, a proposito delle fasi della vita, che mio nonno Ugo, Annibale da partigiano, avesse smesso di voler vivere ancora a lungo quando aveva perso la possibiltà di andare a prendere da solo il caffè in paese, al bar, sulla piazza principale. Più che un rito quotidiano, l’affermazione di un’identità, spirituale e corporea, ancora in forma. Il caffè infatti è la cosa che chiude qualcosa dando la forza di non andare ancora a dormire, ma di fare qualcos’altro, di ricominciare, di guidare più sicuri, di farne ancora un pezzetto di quel lavoro o di quello studio che devo finire prima di andare a dormire. Anche se, fin dai tempi dell’università o del primo lavoro, c’è sempre quella o quello che dice: «Pensa che io lo prendo prima di andare a letto, ormai non mi fa più nulla…». E qualcuno che risponde: «Lascia stare, a meno no, non va così. E stamattina sono già al quarto, ora di sera…». Pensate poi la bellezza dell’idea del caffè sospeso, dove c’è tutto il calore del sud, dove c’è tutto il senso dell’offrire ed è un senso talmente significativo che conta l’atto e non si sa nemmeno chi lo riceve.
Come fare un giornale. Grazie di tutto, io lo prendo un po’ lungo.