#Oltre n°30 | Stando alle corde

#Oltre n°30 | Stando alle corde

Nel linguaggio del pugilato mettere qualcuno alle corde significa costringerlo in una posizione quasi senza scampo, praticamente senza via d’uscita. Quando un boxeur finisce con la schiena incollata alle strisce elastiche che delimitano il ring solitamente sta subendo l’avversario e raramente si sottrae al k.o. Per questo, nel linguaggio comune, essere alle corde ha un senso di resa o di fine imminente e annunciata. Però, come sempre nella vita, le cose dipendono da come le si guarda. E non c’è verdetto già scritto che non si possa ribaltare. Per questo oggi il pensiero rincorre vecchie storie di sfide sul quadrato, come esempio della capacità di sovvertire situazioni compromesse o di resistere ai momenti difficili e bui e ripartire verso la vittoria. Questione di attualità visto quello che sta accadendo a tutti noi in questi amari mesi. Siamo in qualche modo alle corde e allora è bene ricordare che c’è chi ha saputo usarle magistralmente per restare a galla e ripartire.Stando alle corde Tra i miei ricordi c’è un memorabile match combattuto negli anni ‘70 tra Carlos Monzon, il campione dei pesi medi argentino, l’indio indomabile che pose fine alla carriera sportiva di Nino Benvenuti, e l’americano Bennie Briscoe. Accompagnato dalla fama di invincibilità che si era conquistato in tanti scontri, Monzon trovò sulla sua strada nella difesa del titolo mondiale un combattente che non arretrava mai, capace di incassare colpi tremendi e di incalzare comunque l’avversario. Nella nona ripresa dell’incontro, con l’argentino in vantaggio ai punti, lo sfidante di Filadelfia sferrò una serie di colpi in grado di
spedire il campione, scosso e quasi incredulo, contro le corde. Sembrava fatta per l’americano ma proprio le corde, usate con sapienza da Monzon, furono la sua salvezza. Utilizzando la loro elasticità non piegò le ginocchia e anzi muovendosi da un angolo all’altro del quadrato, e usando il suo corpo come fosse un sasso tra gli elastici di una fionda, si sottrasse ad altri colpi che sarebbero stati sicuramente letali. La medesima abilità nel rimbalzare tra quelle che per altri sarebbero state delle trappole fatali la mostrò nei match con il francese Jean-Claude Bouttier e anche nell’epico scontro finale contro
Rodrigo Valdez. Quel limite dello spazio di combattimento, da tutti temuto, per Monzon era in realtà una risorsa da sfruttare in maniera diversa, non una morsa dalla quale evadere ma un aiuto per superare momenti critici.

Essendo in qualche modo il pugilato una possibile metafora della vita, il particolare tecnico ci aiuta a ricordare come si possa e si debba sempre tentare di sfruttare al meglio le opportunità a portata di mano, anche nei momenti più cupi. Spesso riteniamo limiti invalicabili quelli che non lo sono, talvolta cediamo alla tentazione di sentirci impotenti di fronte all’incalzare degli eventi. Proprio allora vale la pena di pensare che schivando, rimbalzando, muovendosi con abilità e resistendo si può tornare al centro del ring e portare a casa il risultato.

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#Oltre n°30 | Stando alle corde

#Oltre n°29 | C.S.S.S.

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#Oltre n°30 | Stando alle corde

#Oltre n°28 | La lezione di Walter S.

Saper perdere è un’arte. Come saper vincere. Da ragazzo ricevetti un consiglio che feci mio: “ricordati: vincere, mai stravincere!”. Col tempo ho scoperto che, suffragato da probanti esempi storici, è saggio e lungimirante. Ciò detto, e ricordato che spesso scioccamente sottovalutiamo la nobiltà della sconfitta che invece è materia di culto in altre culture, il pensiero corre alla storiella, senza impegno, di un vincente assoluto. Anni orsono ebbi modo di conoscere, durante una vacanza nelle Dolomiti, un concittadino appassionatissimo di mountain bike. Uno che si sciroppava quotidianamente chilometri in sella, una volta terminato il lavoro in fabbrica, con sgroppate su e giù per le colline e i boschi. Walter S. il suo nome.

La natura non lo aveva dotato di un fisico adattissimo alla bici, eppure i risultati li otteneva, a livello amatoriale era un vero campioncino, nonostante l’età La lezione di Walter S.non verdissima. Dotato di uno spiccato senso dell’umorismo e di un carattere estroverso, gli sentii più volte ripetere, mentre parlava con ciclisti più giovani e più muscolarmente attrezzati che facevano parte della sua comitiva in allenamento in quota: “se io avessi il tuo fisico… vivrei di prepotenza”. L’espressione la usò anche in altre occasioni di conversazione, discutendo di individui con qualità di ogni tipo “se io fossi come tizio…avrei vissuto di prepotenza”. Così una sera gli chiesi di spiegarmi che cosa intendesse per prepotenza. E se provasse una umana invidia per chi aveva avuto doti o opportunità migliori delle sue. Walter S. si fece una risata. E mi replicò: “No io sono contentissimo di quello che sono e di quello che la natura e il caso mi hanno dato. Ho fatto la mia strada, le mie soddisfazioni me le sono tolte in tanti campi. Però trovo strano che gente che ha tanti talenti o tante possibilità si contenti di vivacchiare, non cerchi di essere il numero uno almeno nel proprio campo”.

E aggiunse che la prepotenza, a suo modo di vedere e nel suo personalissimo vocabolario, era null’altro che la naturale spinta che ogni essere umano dovrebbe avere, forza vitale e primordiale, che invita a giocarsela sempre a tutta. Ad affrontare la vita con entusiasmo, senza tentennare, senza risparmiarsi, senza timore per come andrà a finire. “Però non sopporto – aggiunse – quelli che devono tenersi su per stare in piedi. Ovvero i prepotenti e gli arroganti che spesso sono solo dei paurosi”. Lui viveva della propria “prepotenza”, sfruttandola al massimo che gli era consentito. Non gli importava nulla di finire in mezzo al gruppo (non in fondo!) in gare per lui tecnicamente e fisicamente complicate. Fondamentale era partire e tirare al massimo, dare tutto. Una lezioncina da tenere presente in tempi in cui il calcolo, la pigrizia, la paura di fallire, il desiderio di risparmiarsi chissà per cosa e per quando, così come, al contrario, la brama di stravincere a qualunque costo sembrano prevalere specialmente tra i giovani. Non ho più avuto occasione di incrociare Walter. Secondo me pedala felice e contento.

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#Oltre n°27 | Lussi impagabili (per giovani e non)

Se i ragazzi, ma anche gli anziani, scoprissero, o ricordassero, che nella vita ci sono lussi impagabili potremmo imboccare strade rivoluzionarie. Intendo impagabili nel senso letterale del termine. Non c’è moneta, metallo o pietra preziosa che li possa acquistare o con cui barattarli. Il pensiero qui si svela subito, e senza girarci intorno ecco snocciolate quelle che ritengo azioni e situazioni che ci permettono di sfuggire alle ganasce della più triste quotidianità e alla palude maleodorante del cosiddetto “saper stare al mondo”. 1) L’alzata di spalle: esercizio fondamentale e solo apparentemente semplice. Perché può essere frainteso e passare per segno di resa svogliata o di Lussi impagabili (per giovani e non)menefreghismo. L’alzata di spalle “elegante” è solamente quella interiore. Ti trovi di fronte ad una sconfitta onorevole dopo aver fatto tutto il possibile? Alza le spalle e prendi fiato. Ti deludono e ti sbattono la porta in faccia nonostante il tuo impegno? Ripeti il movimento e riparti in direzione opposta.
2) L’onestà. Così complesso, questo esercizio, che richiede pratica quotidiana e costanza certosina, dato che le tentazioni, anche minimali, sono in agguato. Tuttavia, se ci si abitua a ritenere assolutamente alieno da noi quello che non si guadagna con fatica, quello che si sottrae ad altri (singoli o comunità) e anche ciò che intellettualmente non è farina del nostro sacco, si finisce per non rinunciare più al suo dolce sapore.
3) Il sorriso. In un mondo di ghigni feroci, di duri da strapazzo, di parodie dell’uomo forte e deciso, chi sa ancora sorridere ha un’arma micidiale. Senza dimenticare quanto è elegante sorridere anche prima di tirare una stoccata a chi decisamente la merita. Non c’è bisogno di abbaiare sempre e comunque.
4) Il silenzio. Questo è un lusso davvero ricercato. Troppi oggi parlano a mitraglia. Pensare e ragionare prima di fiatare è una vecchia e sana abitudine, consigliata, curiosamente, anche da numerosi saggi del passato. E poi tacere, anche se si avrebbe subito qualcosa da dire, non è altro che procrastinare con nonchalance il botto finale.
5) Tre gioiellini. Una volta qualcuno, per quanti sforzi faccia non ricordo chi, disse questa frase che traduco dal francese: “In fondo, nella vita, bastano tre cose, saper dire buongiorno, buonasera e andarsene quando è il momento”. Il lusso della saggezza unita alla semplicità.
6) Marciare. Detto così è semplice. Ma vuol dire sapersi muovere, non restare ad attendere che altri decidano per te. Affrontare l’ignoto. Sulle proprie gambe, sapendo soffrire.
7) La solitudine. Il lusso più struggente e sublime, quello a cui ci si deve accostare con reverenza ogni volta che non vogliamo cadere nella trappola del “tutti fanno così”, che vogliamo uscire dal branco.
8) L’originalità. Altra chicca per intenditori. Da cercare sempre, anche se non la si raggiungesse mai, è una meta impagabile. E qui, per non cadere nella moda dei decaloghi, il pensiero prende una pausa. E ci ride su. Perché uno dei lussi, forse il più impagabile davvero, è saper ridere. Di sé stessi e del mondo.

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#Oltre n°26 | Chi non commenta è perduto?

Tra i tanti fastidi che ci affliggono c’è anche l’ansia del commento. Ben pochi sembrano sfuggire alla mania imperante. Qualsiasi notizia pervenga alle nostre orecchie immediata scatta la voglia di esternare la propria opinione. E non importa se ci si trovi dinnanzi a informazioni sommarie su un qualsivoglia accadimento, e neppure se c’è il rischio concreto che una notizia sia falsa o gonfiata, la voglia di fare considerazioni prevale e scatta più veloce di una pallina nel flipper. Guai a star zitti, guai a non esserci! Intervenire bisogna, subito, a botta calda, senza nemmeno fermarsi a riflettere. Oggi il pensiero si posa su questo tema e qualcuno starà già pensando di commentare a sua volta: bella scoperta! Le cose da sempre vanno così! Non èChi non commenta è perduto? una osservazione del tutto falsa ma neppure completamente vera. Perché la sovrapposizione della propria idea, espressa con la velocità del lampo, agli avvenimenti prescinde ormai da qualsiasi riflessione. Certo, nelle chiacchiere da cortile o da bar sport il giudizio è sempre arrivato puntuale, ma si tratta appunto di ambiti leggeri, fatti apposta per pettegolare o perfino sparlare, come si diceva un tempo. La questione è che, travalicato l’ambito amicale, la “commentite”, si passi il neologismo, assume aspetti preoccupanti. Cosa dire delle fulminee e spesso esilaranti esternazioni dei politici a botta calda su qualsiasi tema? Quando non si baloccano tra l’ovvio e il banale camminano su scivolosi sentieri che portano al grottesco e talvolta al penale. Oggi il commento spesso sostituisce il racconto, addirittura lo precede o vi si sovrappone in maniera asfissiante. Lo si nota in quasi tutti i media ma soprattutto sui social, patria d’elezione del genere.

Parlarsi addosso, sparlare, puntualizzare, in un girone infernale in cui la parola perde la sua sacralità e diventa rumore di fondo, nenia ripetitiva e scontata. Ecco il festival del rilievo, della considerazione, del parere, della valutazione più o meno benevola, e avanti così verso l’irrilevanza assoluta del pensiero. Se si trovasse uno con il coraggio di affermare “Non so che cosa dire, ci devo pensare…”, forse diverrebbe in breve un mito. Certo se uno al bar stila la propria formazione ideale, magari dando dell’incompetente all’allenatore, non fa troppo male. Così come l’umanità ha sopportato da sempre lo sparlare o straparlare delle comari al mercato. Ambiti ristretti, danni irrilevanti o quasi. Ma quando la platea si amplia, e l’opinione del primo che passa viene presentata come vox populi, il rischio è serio.

Non è pensabile che chiunque possa commentare qualsiasi cosa, in ogni materia, con sfoggio di plateale ignoranza, trincerandosi dietro il paravento della libertà d’ opinione o d’ espressione. Ora impera la moda della cosiddetta narrazione, termine che si sposa alla perfezione con il commento a vanvera. Perché la narrazione non è il racconto, che come tutti sanno può essere vero, falso o di parte. E per questo può venire contestato o ridimensionato. La narrazione è un’ esposizione palesemente aggiustata però, come tale, sembra essere divenuta assolutamente legittima e anzi accettabile. Proprio come il commento sparato a casaccio.

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