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Palazzo Marliani Cicogna a Busto Arsizio ospita “Soft Back” l’installazione site specific di Fiber Art di Daniela Arnoldi e Marco Sarzi-Sartori, i DAMSS, per la prima volta nel Varesotto: ecco pareti-telaio su cui sono intrecciati fili colorati e sospesi che accolgono libri trasformati in sculture.
Giovedì 6 maggio OLTRE è in edicola con La Prealpina.
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IL PENSIERO DEL DIRETTORE

E se per una volta il pensiero non seguisse schemi logici ma cavalcasse libero e sfrontato? Per semplice associazione e concatenazione d’idee? Costruendo così una mini antologia di frammenti, schegge di pensiero ed evocazioni. E allora in sella, si parte! Sentivo spesso citare un proverbio milanese: “Chi piang toghen, chi rid daghen”, togli a chi piange e dai a chi ride. C’è dentro una verità, opinabile finché si vuole, ma la sostanza è che si dovrebbe sempre fare una offerta votiva a chi ci fa sorridere, a chi ci distrae allegramente, e soprattutto non ci fa pesare addosso i propri guai, esattamente come si faceva con gli Dei. Di palo in frasca: l’inutilità degli esempi! Tante volte ho riflettuto su frasi come “spero d’essere d’esempio” o “dovresti essere d’esempio”. In linea di principio ottime cose, ma davvero servono? E soprattutto quali? No, gli esempi da seguire sono quelli che ti scegli autonomamente. Del resto nemmeno i profeti raggiungono mai l’unanimità, è un fatto su cui riflettere. E la cultura? Ha davvero bisogno della C maiuscola? Diffido quando in una frase sento citare più di una volta la magica parolina. Di serie A o B, alta o bassa, profondissima o superficiale, la cultura sta laddove c’è il piacere di gustarla. Perfino in una canzonetta ben fatta. E allora è meglio Battisti con Mogol o Battisti con Panella (dimenticando che c’è pure un Battisti con la moglie, in un album)? Ah pensiero leggerissimo e impertinente, io avrei la mia risposta, ma lo ascolto e lo canto tutto, perché fa parte della vita mia. Chi non ha associato alle singole canzoni momenti o sensazioni, si affidi all’orecchio e alle emozioni, sull’istante. Del resto è lampante, c’è chi ama cuore/amore e chi si emoziona per il rumore di una impastatrice industriale o adora una viola paonazza. La curiosità e l’innovazione, la ricerca e l’emozione, la riscoperta dell’antico e perfino la stramberia: quanta cultura vera e poesia. Ma via, via, prosegue la galoppata del pensiero. Fino a diventare un minestrone, una ribollita di lampi, sensazioni, simpatie. Perché le antipatie è bene scordarle in fretta, lasciarle fuori dall’uscio. Non c’è tempo a sufficienza per perderne, si impara sempre tardi questa buona norma. E così è bello rimanere ma anche andare. Anzi debbo proprio a una storia disegnata una cosa che ho imparata tanti e tanti anni fa. C’è di mezzo un marinaio, Corto Maltese, figlio della matita di Hugo Pratt. In una sua avventura “Corte sconta detta arcana” si dice di tre luoghi magici e nascosti: “quando i veneziani sono stanchi delle autorità costituite si recano in questi posti e aprendo le porte che stanno in fondo ad una corte se ne vanno in posti bellissimi e in altre storie”. Non fornisco gli indirizzi perché è inutile. Quelle porte stanno ovunque noi le vogliamo cercare o collocare. L’importante è avere il desiderio e la volontà di aprirle, senza paura e con il sorriso sulle labbra. Perché altrimenti c’è sempre il rischio che qualcuno apra, decidendo per noi, altre porte con destinazione ignota.
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Il foulard è come un’opera d’arte, ce lo spiega Stefania Ricci direttrice del Museo Ferragamo. Facciamo un viaggio nella storia: da fazzoletto di appartenenza ad accessorio simbolo di raffinatezza.
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IL PENSIERO DEL DIRETTORE
Spesso acquisto libri usati sulle bancarelle. Talvolta tra le pagine si trovano vecchie cartoline che venivano utilizzate come segnalibro e poi dimenticate. Una volta ho trovato alcuni foglietti ingialliti dal tempo e con una scrittura non facile da decifrare. Su uno c’era la seguente annotazione “vincere senza combattere, arte sublime e complessa”. Su un secondo “La libertà? Magari non lo farai mai ma devi essere nella condizione di poterlo fare”. E sul retro dello stesso “vivere una vita a bordo ring”. Null’altro. I misteriosi appunti nulla avevano a che fare con il contenuto del volume che li aveva custoditi per anni, una piccola guida delle Alpi dei primi del ‘900. Li ho conservati, insieme al libro, e ogni tanto quando mi capitano tra le mani ci ragiono su. Soprattutto sulla frase della vita vissuta ai bordi del ring. Non posso escludere che l’autore, o l’autrice (non sono un esperto di grafie) fosse un cultore del pugilato ma mi sembra davvero poco probabile, anche collegandolo al tenore dell’altro sulla libertà. Proprio nei giorni scorsi spostando il volumetto sono tornato a pensare alla strana combinazione di frasi. E per associazione di idee ho finito per ricordare alcune delle cose più belle scritte sulla boxe. Non da un uomo, ma per mano di una donna, l’americana Joyce Carol Oates che allo sport dei guantoni ha dedicato un saggio profondo e per certi versi commovente. Lei a bordo ring in effetti c’era stata, ce la portava, quando era bambina, il padre appassionatissimo. Su quel ring, cito a memoria alcune delle considerazioni dell’autrice, si svolge una semplificazione della vita. Ed è per questo che i pugili sono poi spesso impacciati e ingenui fino all’autolesionismo nella vita reale. Sul quadrato infatti c’è un arbitro pronto a dividere e a tutelare il contendente in difficoltà interrompendo lo scontro, cosa che nella vita reale non avviene praticamente mai. Anzi talvolta l’arbitro finisce per infierire a sua volta sul soccombente. La durata di un incontro è stabilita dall’orologio mentre nelle sfide della quotidianità non c’è limite e nemmeno il gong a salvarti o a darti una pausa per riprender fiato. Gli avversari poi, salvo rari casi, non si odiano e alla fine si abbracciano condividendo un destino fatto di dolore e di fatica. Insomma ero preso da questi pensieri quando mi è saltato in mente che spesso noi non abbiamo il coraggio di salire sul quadrato, viviamo a bordo ring. Gli giriamo attorno, con un brivido e un sentimento a metà tra la colpa e il piacere. Poi, con gli occhi fissi sui biglietti, mi sono chiesto quanto poco pensiamo a difenderla, ovunque, quella libertà che talvolta ci sembra perfino noiosa e che a molti invece è tolta o manca da sempre. E a cosa dobbiamo fare per non considerarla mai scontata e per sostenere e aiutare chi l’ha perduta e vuole recuperarla, insieme alla dignità umana. Per ultimo ho riguardato l’appunto sul vincere senza combattere. E penso che sia il più profondo. Mille esempi dimostrano che è possibile, nella vita reale, anche se non è certo semplice. Solo che non ce lo ricordiamo praticamente mai.
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Cono o coppetta? Fragola o cioccolato? Il tempo del gelato è arrivato. Se il gusto dell’anno è il Mantecado, con Massimiliano Scotti, il gelatiere Tre Coni del Gambero Rosso, ci addentriamo nel gelato artigianale per palati gourmet.
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