IN USCITA
Il segreto per dormire bene? Sta tutto in una coperta. Ponderata. Un rimedio terapeutico costituito da piccoli pesi di forma sferica che (sembrerebbe) fare miracoli. E poi beuty routine, tessuti, cuscini e alimementazione per un sonno rigenerante.
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Da ascoltare – Francesco Guccini torna dopo 10 anni di silenzio con «Canzoni da intorto», una piccola antologia di canti popolari.
Da gustare – Mangiare gentile si può. Lo spiega il pastry chef Vito Cortese che si è specializzato nella pasticceria raw, ovvero crudista. Buona e gentile.
Da sapere – Quarant’anni di “E.T. l’extra-terrestre” il film di Steven Spielberg entrato nella storia del cinema. Molte le iniziative per festeggiare il capolavoro vincitore di 9 premi.
Da fare – La Linea Cadorna a Brusimpiano ha un sentiero tutto nuovo da percorrere lasciandosi guidare dalla voce del nipote del generale Luigi.
IL PENSIERO DEL DIRETTORE
Avevo un’amica che leggeva le carte. Non una cosa per ridere. Ci credeva. E si impegnava a decifrare il destino delle persone dentro simboli e semi diversi. Se era ispirata diceva di riuscire ad azzeccare tutto. Parlava di una specie di fluido che si sviluppava tra lei e il personaggio che gli chiedeva lumi sulla sua condizione. E le carte svelavano tutto.
L’ho vista guadagnare parecchio sotto un tendone in una sera d’estate a una festa di paese mentre persone di ogni tipo stavano in coda attendendo il proprio turno. Delusioni d’amore, necessità di sapere qualcosa di più su finanze e salute, voglia di vedere come in un flashback la propria vita: questi gli argomenti principali dei consulti. Mi sono quindi chiesto dove stesse il segreto del suo successo, se nella capacità di leggere i tarocchi o nella forza di persuasione che esercitava sui suoi clienti. Da scettico è evidente che sceglievo la seconda ipotesi come soluzione del dilemma ma non è proprio così. Interpretare i tarocchi non è solo una questione di suggestione psicologica. C’è dell’altro. Non si spiega altrimenti che quest’arte sia arrivata fino a noi dal quindicesimo secolo. Più di cinquecento anni partendo dagli stessi fondamentali e da mazzi di carte più o meno uguali.
Io sono sempre rimasto affascinato dalla figura del matto che comunica un certo genio artistico ma anche disordine e confusione. Così almeno mi spiegava la mia amica. Lo interpretavo come un elemento d’incertezza dentro l’incedere lineare della vita. Mi sono un po’ ispirato a questa figura, pensando che nulla si possa dare per scontato sia nei confronti delle altre persone, sia delle cose che succedono. Il dato dell’imprevedibilità è fondamentale dentro l’esistenza di ognuno di noi e la figura del matto, almeno secondo la mia interpretazione, simboleggia proprio questo sentirsi sempre in balia di un destino pazzerello. Un po’ di paura, invece, mi ha sempre fatto l’appeso perché la sua immagine rimanda a qualcosa di brutto anche se, seguendo l’interpretazione classica dei tarocchi, non si tratta di una carta così negativa.
Tornando al caso della mia amica chiromante resta in sospeso il quesito iniziale tra psicologia e regole dei tarocchi. La lettura delle carte, dunque, è un mix senza valore scientifico, anche se provate a chiedere a chi ci crede, vi dirà che non esiste ombra di dubbio. Ma perché credergli? Appunto, più utile ispirarsi al grande Eduardo De Filippo e tanti altri artisti e letterati, prima e dopo di lui. “Non è vero ma ci credo”.
IN USCITA
Alla scoperta dell’universo complesso e stratificato dei tarocchi. Nessuna rivelazione esoterica o magica predizione del futuro, ma un percorso attraverso le carte che porta a galla le nostre parti più profonde.
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Da appuntarsi – Arriva mercoledì 23 novembre l’attesissima serie «Mercoledì» del visionario Tim Burton: otto episodi dalle atmosfere dark all’estetica gotica.
Da ascoltare – La fine del mondo è tutta da ballare secondo La rappresentante di lista (Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina)ed è al Fabrique di Milano.
IL PENSIERO DEL DIRETTORE
Una lampada, un frigorifero e un’aspirapolvere. Tre elettrodomestici sulla copertina del primo disco dei Cure per dire cosa? Niente, forse lo scopo del produttore Chris Parry era solo quello di attirare l’attenzione. Operazione riuscita perché i giornalisti – era il lontano 1979 – cominciarono a domandarsi a chi si riferissero i tre dispositivi. Se Robert Smith (il cantante e chitarrista) fosse l’aspirapolvere, Lol Tolhurst (il batterista) il frigorifero e Michael Dempsey (il bassista) la lampada, per esempio. Ognuno poteva decidere a chi attribuire l’apparecchiatura, tanto una soluzione non c’era e i componenti della band – che ha suonato giusto settimana scorsa al Mediolanum Forum di Milano – si divertivano a scambiarsi di ruolo tanto loro con quella copertina c’entravano poco o nulla. Nemmeno l’avevano vista prima che il disco fosse mandato alle stampe. Lo ha ammesso lo stesso leader del gruppo anni fa in un’intervista a Rolling Stones. Essendo il primo album né lui, né gli altri componenti dei Cure avevano potuto interferire sulle scelte del produttore. Non sarà così per gli Lp successivi.
Già da questo esordio – di straordinario impatto creativo e musicale – si capisce però la filosofia dei Three Imaginary Boys (così si chiama il loro primo disco). La spiegazione delle loro canzoni – in una carriera che è durata e dura da più di quarant’anni – si trova tutta in quella copertina ed è l’impossibilità di “trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha”, ha cantato qualche anno dopo Vasco Rossi. Dunque, ritornano i tre elettrodomestici su sfondo rosa per porci delle domande e per cercare di andare oltre quello che gli stessi Cure affermano in uno dei loro successi più acclamati ma anche meno suonati dal vivo forse per quelle accuse di razzismo che, in verità, non stanno né in cielo né in terra: Killing an Arab (uccidendo un arabo). Dicono: “Whichever I chose it amounts to the same, absolutely nothing”. Ovvero: qualsiasi cosa io scelga è sempre lo stesso, assolutamente niente.
Non ci vuole molto a capire il perché del successo di questa band che un tempo veniva definita di quel filone dark wave che tanto piaceva ai giovani degli anni Ottanta, a quelli che si contrapponevano ai paninari ma non avevano la stessa rudezza dei metallari. I Cure hanno rappresentato per intere generazioni la non risposta verso le domande importanti della vita. Tre elettrodomestici erano lì a dire che nulla si spiega se non può essere spiegato. A meno che – e l’abbiamo scoperto solo dopo – ci viene in soccorso la tecnologia. Con l’uso degli strumenti scientifici pensiamo di avere capito tutto della vita e del mondo. Ma forse non è proprio così. Ce ne stiamo accorgendo in quest’epoca che ci permette di rispondere a tutte le domande chiedendo a Siri o a Google. Ma qualcosa ancora – e per fortuna – ci sfugge.
IL PENSIERO DEL DIRETTORE
Un bel piatto d’insetti per cena. Ci sembra fantascienza ma presto potrebbe essere realtà. Chi mai avrebbe detto, trent’anni fa, che saremmo diventati dipendenti da un cosino simile a una ricetrasmittente che ci permette di avere il mondo in una mano? Chi avrebbe immaginato che il telefonino – meglio lo smartphone – sarebbe assurto a padrone assoluto della nostra vita e della nostra società? Così pure come cambierà la nostra esistenza, come saranno modificate le nostre abitudini, cosa mangeremo in quel domani che appare adesso come un grosso punto di domanda, quasi fossimo proiettati dentro un romanzo di fantascienza di Philip Dick?
Ma noi non abbiamo Ubik, quel fantastico spray che ci garantisce l’eternità, quindi dobbiamo gestire l’esistente e farci domande sul futuro. Mangiare insetti – ci assicurano gli esperti – è valido dal punto di vista energetico perché ci garantisce l’apporto adeguato di proteine ed è pure eco-sostenibile perché snellisce quella catena alimentare che ora pesa come un macigno sul pianeta. Dunque, meglio mettere da parte le esitazioni. A Copenaghen c’è già un ristorante che la guida Michelin ha promosso al 33esimo al mondo dove si cucinano prelibatezze come scarafaggi, cavallette e altri insetti. Prepararsi all’innovazione è il migliore esercizio in cui si è cimentato l’uomo dall’alba dei secoli ad oggi. Dunque, anche stavolta riuscirà ad adeguarsi a quanto non si aspetta. Passi per la mentalità, normale che ci sia un progressivo mutamento negli anni, passi per le abitudini, però il cibo è il cibo, è una cosa molto seria. Non è solo il mettersi davanti a un piatto e mangiare. Ciò che alimenta una persona è pure la radice di ciò che essa è. È il nostro stesso vivere.
Sull’argomento è inevitabile citare il filosofo Ludwig Feuerbach che disse: «L’uomo è ciò che mangia». Ecco il punto. Il padre del materialismo tedesco viene ricordato per questo aforisma anche se lo spessore del suo pensiero è ben più ampio. Ma ai posteri è arrivata questa frase ed è giusto rifletterci, visto che dobbiamo parlare di insetti. Per Feuerbach il pensiero comincia proprio dalla pancia, solo successivamente arriva alla testa. Nel suo trattato lo dimostra con ricchezza di particolari e si rende autore di un altro passaggio memorabile: «Perché tu introduca qualcosa nella tua testa e nel tuo cuore è necessario che tu abbia messo qualcosa nello stomaco». Non è che Carlo Marx la pensasse in maniera molto diversa. E questo ci richiama a meditare sul tema del cibo, diventato per noi più un’amenità di una necessità. Ma soprattutto ci spiega perché, volenti o nolenti, ci sapremo adeguare anche agli insetti. Una bella locusta a colazione, un grillo per pranzo, una cimice a merenda e una cena speciale a base di tarme, ragni e pidocchi: ecco quello che ci attende. Non è che il futuro – a queste condizioni – ci piaccia però più di tanto.