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Crescete, piena e calante. La luna influenza la terra, la nostra vita e la natura. Ma cosa c’è di realmente vero? Tra effetti conclamati e ipotesi ancora non provate
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Da fare – Una gita ad Asti piccolo gioiello ricco di storia, arte e cultura e meta di turismo enogastronomico
IL PENSIERO DEL DIRETTORE
Natale con gli occhi del piccolo Giosué

Non è Natale se non ci sono i mercatini. Una moda che arriva dai Paesi nordici ma che si è diffusa anche da noi, impegnando i Comuni in una corsa a fare meglio e di più. La pubblicità è l’anima del commercio e il commercio è l’anima delle città. Grazie ai mercatini si prova a rilanciarle con la valorizzazione dei centri storici, cuore pulsante di una provincia in cerca d’identità. E i risultati si vedono: arrivano i visitatori (che non sempre sono anche compratori) e l’atmosfera del Natale si fa più calda, più sociale. Ben vengano, allora, i mercatini. A patto che non facciano troppa concorrenza ai negozi (non sia mai) che già sono in crisi per tutta una serie di motivi che non è questo il posto giusto per elencare.
Guardiamo, allora, all’aspetto positivo. Alla carica di festa che portano con sé i mercatini. Di questi tempi ce n’è tanto bisogno perché siamo afflitti da mille pensieri negativi. In prossimità del Natale ci interroghiamo, con ancora più forza, sulla disumanità della nostra società, sulla violenza che impera, sulle tante notizie di cronaca nera che ci rimbombano nel cervello. Feriti dalle stragi familiari, annichiliti di fronte al moltiplicarsi dei femminicidi. E che dire, della crisi economica? Papa Francesco ha appena celebrato la giornata mondiale dei poveri. «Pensiamo alle tante povertà materiali, alle povertà culturali, alle povertà spirituali del nostro mondo – ha detto il Papa durante l’omelia della messa celebrata in San Pietro – pensiamo alle esistenze ferite che abitano le nostre città, ai poveri diventati invisibili, il cui grido di dolore viene soffocato dall’indifferenza generale di una società indaffarata e distratta». Anche in questo caso, è difficile rimanere insensibili. Ma sarebbe sbagliato chiudersi nel guscio del negativismo perché la nostra mente finirebbe in quel circolo vizioso che porta a moltiplicare l’effetto devastante del pessimismo e dell’egoismo. Stritolati dentro la morsa di ciò che fa male a noi e agli altri.
Per conservare quel briciolo di speranza, come sempre accade, c’è un’unica via d’uscita: ripartire dalle piccole cose. E, in questo caso, i mercatini diventano una specie di manifestazione taumaturgica. Ci fanno, cioè, vedere il bene e il bello anche in un ambiente che parte da opposti presupposti. È il meccanismo tipico dei bambini, abituati a rielaborare in meglio anche ciò che di brutto esiste nella realtà. Vi ricordate Roberto Benigni nella Vita è Bella? Ecco, bisognerebbe provare a imitare le sue bugie a fin di bene raccontate al piccolo Giosuè dentro il campo di concentramento. Con un vantaggio. I mercatini non sono una bugia ma una piccola-grande parentesi dentro una vita piena d’insidie. Un antidoto ai tanti mali di questa società, nel nome del Natale. Vale la pena farci un giro. Se non altro, almeno per distrarsi.
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Tutti ai mercatini di Natale: in provincia, in Italia e all’estero è corsa agli acquisti natalizi tra vin brulè e tanta voglia di feste
Scopri di più nel nuovo numero di Oltre in edicola giovedì 23 novembre con La Prealpina.
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IL PENSIERO DEL DIRETTORE
C’era una volta il santone indiano Dhalsim

Il filosofo Giovanbattista Vico avrebbe qualcosa da dire. Ed è fin troppo facile chiamarlo in causa parlando del fenomeno del retrogaming, che consiste nell’andare a recuperare consolle e giochi elettronici degli anni Ottanta. Corsi e ricorsi storici, direbbe. Nelle piccole come nelle grandi cose, tutto si ripete. Basta avere la pazienza di aspettare. Così pure per questa moda che ci fa sentire ancora giovani pur se giovani non lo siamo più, per lo meno per chi come me all’epoca della rivoluzione dei videogames si trovava alle prese con brufoli e adolescenza, combattuto tra la Critica della Ragion Pura di Hegel e la sala giochi in piazza dove ci si trovava tutti i giorni con qualche monetina in tasca (allora c’erano i duecento lire che andavano per la maggiore) da spendere per giocare a Tetris o a Forgs, oppure al Pac Man e poco dopo a SuperMario. Ne cito quattro a caso, pur sapendo di dimenticarne di importantissimi ma io non ero un patito di questi giochi, finché non è iniziata l’epoca di Street Fighter e dei suoi personaggi per sfide memorabili con gli amici. C’era il giapponese Ryu, l’americanaccio Guile, il bestione Zangieff, la furba Chun-Li, il mostro Blanka. Ma io ho sempre preferito il santone indiano Dhalsim. Non lo volevano in tanti perché non sembrava troppo potente ma aveva dei colpi che ti potevano sorprendere.
Se sblocchi un ricordo (come si usa dire adesso), però, te ne vengono dietro tanti altri perché, parallelamente ai videogames, quella era l’epoca dei cartoni animati giapponesi, pure loro di gran moda ancora adesso. Indimenticabili le alabarde spaziali di Actarus in Goldrake o la fantastica sigla di Jeeg Robot d’Acciaio. La cantavi a squarciagola mentre guardavi la televisione. La sua carica emotiva è stata sostituita solo qualche anno dopo dalle canzoni della brit pop che sarebbero sbocciate con la trasmissione DeeJay Television. E anche su questo si potrebbero scrivere dei libri andando a indagare sul perché siano tornati di moda i gruppi di allora e su come mai siano ormai diventate un must le fiere del vinile, dove acquistare i dischi dell’epoca per sentire le canzoni con il fruscio.
Cosa ci trovano, dunque, i giovani di oggi in ciò che piaceva a noi quando avevamo la loro età, è un mistero. Forse è la trappola dei corsi e ricorsi storici di cui si diceva all’inizio. Ma forse c’è qualcosa in più che adesso, almeno a parere di noi boomer, non c’è più. Ed è l’anima. Quei videogames, quei cartoni animati, quei dischi sapevano e sanno portarci dentro un territorio inesplorato che non coincide con il semplice gioco elettronico, con il cartone televisivo o con il vinile. Ti conducevano altrove, dimostrando che il bello – nella vita – non è sempre quello che si tocca. Platone (per rimanere in campo filosofico dopo Vico) avrebbe parlato di Mondo delle Idee. Forse vale la pena recuperarlo (come il retrogaming).
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La passione per i videogame vintage ha un nome: retrogaming e muove un discreto business tanto che si rimettono in commercio videogiochi e console anni Ottanta come il mitico Atari 2600+
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